RELAZIONI DEGLI INTERVENTI

a cura di Claudia Crevenna

Sabato 12 Novembre 2005

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Brivio - Palazzo Comunale

Giornata di studio: CESARE CANTÚ E "L’ETA' CHE FU SUA"

SILVIA MORGANA (Università degli Studi di Milano)
I rapporti tra Ascoli e Cantù

Nel 1852 il giovane Ascoli, formatosi come linguista da autodidatta con particolare interesse alle lingue orientali, visita a Milano il Cantù, già affermato intellettuale, letterato e storico milanese; incontro narrato nei dettagli dal linguista in un suo taccuino (Note letterario-artistiche minori...). Ascoli ventitreenne incontrò Cantù nella speranza di trovare collaborazione per un periodico di linguistica sulle lingue orientali. La descrizione dell’abboccamento permette di cogliere la differenza di fondo tra i due: divulgatore Cantù, teso a trovare il senso del lavoro intellettuale nella possibilità di comunicazione, nell’effettivo raggiungimento delle masse, nel riscontro a livello sociale; ricercatore l’Ascoli, interessato alla possibilità della ricerca erudita anzitutto, anche, al limite, nell’impossibilità di raggiungere un grande pubblico. Ascoli non otterrà la collaborazione richiesta (del periodico usciranno soltanto tre numeri), ma dopo l’uscita del primo numero, nel 1854, ha inizio il rapporto epistolare tra i due. Non è uno scambio di lettere intenso, anche perché le occasioni di incontro e contatti diretti erano numerose, dal momento che entrambi parteciparono alla vita delle più attive istituzioni culturali. Di particolare interesse una lettera in cui, ringraziando per aver ricevuto in dono il primo numero dell’Archivio Glottologico Italiano, Cantù commenta i Saggi ladini ascoliani da dichiarato non esperto, ma esprime anche un’interessante considerazione sul tema della povertà linguistica, vista come conseguenza della povertà del movimento intellettuale. Nella lettera Cantù manifesta un atteggiamento molto prudente in merito alla polemica ascoliana contro Manzoni, ma darà ampio spazio al proemio antimanzoniano dell’Ascoli nella recensione che pubblicherà – sull’Archivio Storico Italiano – pochi mesi dopo, dove sottolinea lo spazio importante dato allo studio dei dialetti.
Scomparso il Cantù, Ascoli lo ricorda come “l’uomo a cui fu dato di istruire tre generazioni di italiani negli studi letterari e storici di ogni maniera”, rendendo alto merito alle sue doti di divulgatore di cultura.


PAOLO BARTESAGHI (Associazione Amici del Parini)
Il carteggio con Vieusseux

L’epistolario tra Cantù e Vieusseux, ancora in parte inedito, va dal 1832 al 1863. Le lettere si trovano in parte a Firenze (nella Biblioteca Nazionale Centrale e nell’Archivio Vieusseux), in parte a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana.In tutto ci sono più di 130 lettere (alcune in copia ma affidabili), ma si ipotizza che le lettere scambiate tra i due siano molto più di quelle già individuate. La prima lettera di Cantù al Vieusseux testimonia l’accettazione di Cantù a collaborare all’Antologia. Nella lettera si fa il nome del Tommaseo e fu infatti Tommaseo, dalle pagine dell’Antologia, a far conoscere Cantù agli italiani e a creare le premesse per la conoscenza tra Cantù e Vieusseux. L’incontro tra i due ha perciò come base il terreno del giornalismo e il comune interesse per la storia. Dopo la carcerazione del 1833-34 Cantù riannoda i rapporti con il Vieusseux, dimostrando il coraggio e il desiderio di voler continuare nella sua opera, e le lettere degli anni successivi (1835-37) vertono spesso sul tema della pubblicazione dei libri per giovani, ai quali Cantù in quegli anni si dedica (infatti partecipa al concorso bandito da Lambruschini a Firenze, ma non lo vincerà, battuto dal Giannetto). Non mancano anche lettere di tema politico, da cui Cantù lascia trasparire il suo amore per la libertà, la sua diffidenza verso la monarchia sabauda, l’interesse e la fiducia, nonostante tutto, nel popolo.
Cultura, editoria, censura, diritto d’autore, educazione del popolo, accademia della Crusca, lingua italiana, ma anche situazioni personali: tanti sono i temi toccati da questo epistolario. Nonostante la vastissima rosa di argomenti, c’è un dato di fondo: si delinea attorno ai due (soprattutto al Vieusseux) il formarsi di un gruppo di intellettuali che si configurerà poi come un la futura classe politica dirigente. Sia Cantù che Vieusseux contribuiscono a trasformare la cultura storica in cultura politica.


ANGELO STELLA  (Università degli Studi di Pavia)
Un’amicizia non corrisposta. Ancora di Cantù verso Manzoni

Il rapporto tra Cantù e Manzoni si configura di fatto come un rapporto negato. Da Sondrio, Cantù collabora all’appendice di un vocabolario della lingua italiana, contribuendo con l’introduzione di alcune parole chiave presenti nell’opera manzoniana. L’ispirazione al Manzoni di queste postille non fu dichiarata, così come del resto Cantù cercò di celare l’ispirazione manzoniana nelle sue prime poesie, retrodatandole. La tendenza costante di Cantù alla continua anticipazione del Manzoni, possibile a motivo della loro personale frequentazione, si può cogliere in diversi interventi: nel Saggio del Romanzo Storico (1831) Cantù accenna a una sorta di logorio del Manzoni in merito al valore del romanzo storico, che però il pubblico conoscerà solo 20 anni dopo con la pubblicazione del saggio manzoniano (1850). Analogamente la Cicalata sugli idiotismi (1835) anticipa per certo verso il Sentir Messa del Manzoni. Infine nel 1839 Cantù pubblica gli atti del processo della ‘storia della colonna infame’, precedendo nuovamente l’autore de I Promessi Sposi. Dopo quest’ultima anticipazione sui suoi lavori, Cantù viene messo alla porta.
Tra il ’76 e l’84, tra la caduta della destra e l’affermarsi della sinistra, Cantù scrive una sorta di vademecum sociale, un libro intitolato Attenzione!, in cui si dà ampio spazio al valore della parole. Per dimostrare che non esistono sinonimi, Cantù analizza e distingue alcune coppie di parole (ad esempio: fallo-errore, vedere-guardare, carità-filantropia). L’analisi di questi termini permette di costruire una sorta di ‘vocabolario ideologico’ canturiano che può utilmente essere raffrontato con quello di Manzoni. Questo ‘vocabolario ideologico’ comprende un’ampia gamma di definizioni, da quella di ampio respiro di ‘governo democratico’ (caratterizzato dalla prepotenza), a quella concreta dei ‘giornalisti’, “masnadieri della penna”, “vulgo scribacchiante”.


SARA PACACCIO (Università degli Studi di Pavia)
Per una verifica dell’itinerario stilistico di Cesare Cantù: “La Setajuola”

La Setajuola è pubblicata per la prima volta da Ostinelli nel 1841, poi rimaneggiata fino al 1871. Inoltre nel 1871 essa compare sia nelle Novelle Lombarde, sia come capitolo del Portafoglio di un operaio. Le varie elaborazioni della novella determinano modificazioni sotto differenti aspetti: nella struttura della pagina (impaginazione moderna delle battute di dialogo diretto; uso delle virgolette per il discorso diretto); nell’uso interpuntorio (modernizzazione verso una maggiore mimesi dell’oralità); nella fonetica (aderenza alle tradizioni letterarie e alle trascrizioni grammaticali correnti). Nell’uso grammaticale mostra una tendenza antimanzoniana (mantiene il pronome soggetto di terza persona) e rivela una lingua bloccata a lungo sul modello della ventisettana del Manzoni. Nella sintassi invece, in linea col Manzoni, mostra la volontà di creare uno scarto non eccessivo tra la voce del narratore e quella dei personaggi. Le scelte lessicali sono improntate a un progressivo adeguamento all’uso toscano e una ricerca crescente di mimesi del parlato: accoglie espressioni dell’uso popolare toscano e contemporaneamente espunge forme lombarde. La scelta del lessico vicino all’uso vivo è particolarmente spiccata per quanto riguarda il lessico della filanda. L’inserimento della novella entro il Portafoglio ne determina una particolare revisione lessicale, dovuta all’intento didattico e ideologico, nonché al respiro nazionale dell’opera: vengono smussate le escursioni sia verso la letterarietà, sia verso gli usi eccessivamente popolari, tenendo come punto di riferimento l’uso corrente toscano.
Le vie correttorie de La Setajuola si muovono dunque non sempre nella stessa direzione, alcune volte verso l’uso vivo, altre verso la lingua letteraria. In ogni caso il testo nella sua struttura non subisce sostanziali modificazioni.


BERNARDINO OSIO (Segretario Generale della Unione Latina)
Alcune lettere familiari di Cesare Cantù

L’archivio della famiglia conserva non meno di 400 lettere di Cantù. Esse vanno dal 1830 circa sino all’estrema vecchiaia del Cantù (1894), scritte con lettura tremante. Sono lettere rivolte per lo più ai membri della famiglia e alle due figlie. Molte lettere sono cicalate – come le definiva Cantù – con notizie sul tempo, sulle malattie, gli amici, i bachi da seta, la sua coltivazione dell’uva. Ogni lettera contiene una frase o un lampo di genio; alcune di esse offrono anche dei piacevoli ritrattini, pennellate di personaggi illustri conosciuti da Cantù. Non mancano anche le invettive, tra cui una contro Vittorio Emanuele II nell’occasione della breccia di Porta Pia. Ci sono anche lettere sarcastiche o comiche. Questo epistolario è dunque prezioso per poter conoscere la vita intima di una personalità così sfaccettata. Si dà lettura di una lettera familiare alla figlia Rachele da Sala Comacina, che mostra l’attenzione da poeta del Cantù al mutare dei colori e degli aspetti della natura. Dalla lettera però emerge, con la descrizione della processione del Corpus Domini, anche il pensiero politico del Cantù, critico verso gli uomini di governo della nuova Italia, che agivano sotto ispirazione di acceso anticlericalismo. È il giugno del 1870, poco prima della presa di Roma, un momento di grande tensione con Pio IX. Emerge dalle righe della lettera la posizione del Cantù neo-guelfo, che desiderava un’Italia ancorata alle sue tradizioni cattoliche che hanno radici profonde nel medioevo e nelle libertà comunali.


ALESSANDRO ROVETTA (Università Cattolica di Milano) Cesare Cantù e gli Artisti
Il contributo di Cantù alla storiografia artistica è stato sottovalutato, perché una metodologia scientista nuova ne ha surclassato i risultati. Occorre invece far interagire la personalità di Cantù storiografo d’arte e quella di Cantù ideologo d’arte per comprendere il valore del suo contributo. Il suo profilo di storiografo d’arte emerge nell’opera Milano e il suo territorio (1854). Dal capitolo dell’opera dedicato all’architettura emerge da un lato l’importanza attribuita al dettaglio esemplificativo, dall’altro un’idea progressiva della storia dell’architettura (come della storia in genere); secondo Cantù l’architettura cambia perché cambiano le situazioni storiche e politiche. Cantù è un medievalista convinto: il gotico è il momento in cui l’architettura ha più carattere e lo spirito cristiano dà senso alle forme. Egli individua una specie di linea di continuità nella storia dell’architettura, che parte dal romanico, passa attraverso il gotico e giunge allo stile bramantesco. Nell’architettura bramantesca Cantù i segni del futuro di Milano e quindi ne cerca gli elementi di contiguità col Medioevo. L’arte e l’architettura moderne, a suo parere, non valorizzano l’espressione e il carattere, ma hanno reso Milano una città funzionale: l’architettura del suo tempo non è eccezionale, ma ha migliorato la qualità della vita. Le riflessioni teoriche di Cantù (L’archeologia delle belle arti) indicano invece le qualità fondamentali dell’opera artistica: ‘unità’ (concetto classico) e ‘convenienza’, ovvero “profondo senso del vero e delicato senso del bello”. La ‘convenienza’ in architettura ha come corrispettivo il ‘carattere’ in scultura, e la ‘espressione’ in pittura.
Su queste basi si comprendono gli interventi di Cantù ai congressi artistici di Milano (1872) e di Torino (1880), nei quali esprime il proprio concetto di restauro architettonico: badare che nulla alteri il ‘carattere’ di un’opera architettonica; il carattere non è necessariamente quello impresso inizialmente dall’architetto, ma può essersi costruito nel tempo, frutto di un processo storico di continui interventi.


FRANCO MONTEFORTE (Giornalista)
Cesare Cantù e Jacob Burckhardt: letture parallele del Sacro macello di Valtellina del 1620
La parte più originale de La storia della città e della diocesi di Como è il capitolo sulla vicenda Valtellinese, e infatti nel 1831 Cantù lo ripubblicò come volumetto a sé dal titolo La rivoluzione valtellinese del XVII secolo. L’espressione ‘rivoluzione’ è dovuta al taglio ideologico dato all’opera: Cantù pensa ai primi moti risorgimentali italiani e vede nell’episodio della Valtellina (invasioni, guerre, peste) un esempio di ciò che potrebbe capitare all’Italia. Il passaggio a una lettura in chiave più religiosa che politica (passaggio significativo solo nel titolo, perché il testo rimane pressoché lo stesso) si ha nell’edizione del 1853: Il sacro macello di Valtellina... Cambia il punto di riferimento civile: la sua polemica è orientata contro il cattolicesimo intransigente, che rischia di portare a risultati opposti a quelli dell’insegnamento della chiesa. Dall’analisi delle proporzioni del massacro (solo 9 % erano Grigioni, gli altri quasi tutti italiani) Cantù non sembra trarre la conseguenza ultima, cioè che il ‘sacro macello’ fu un regolamento di conti tra valtellinesi; ciò accade perché la sua attenzione è mirata al punto di vista religioso: l’origine di tutti i guai è la riforma protestante.
Burckhardt lesse il testo di Cantù del ’31 e se ne servì per una conferenza a Basilea nel 1844. Nel suo intervento mostrò un punto di vista antitetico al Cantù: ritenendo il problema religioso un falso problema. Il punto di riferimento di Burckhardt è la situazione della Svizzera dei primi anni ’40 dell’800, caratterizzata da una forte ostilità tra cantoni cattolici e protestanti. Secondo Burckhardt la Svizzera vive un conflitto politico travestito da conflitto religioso; perciò egli propone l’esempio della Valtellina, altro caso in cui vi fu un conflitto politico e geopolitico, mascherato da conflitto religioso.
É perciò possibile confrontare due letture dello stesso episodio storico: una dal punto di vista di un cattolico italiano, l’altra dal punto di vista di uno svizzero protestante. Entrambi avevano l’intento di costituire un monito a quanto potrebbe accadere nella contemporaneità, ma la spiegazione dei medesimi fatti è tessuta in modo diametralmente opposto.


DONATELLA MARTINELLI (Docente)
Il carteggio con Tommaseo
Il carteggio tra Cantù e Tommaseo copre gli anni dal 1828 al 1864, per un totale di circa 200 lettere. L’analisi del carteggio pone a confronto due mentalità simili e diverse: entrambi soli e coerenti nel loro cammino, sono accomunati dall’impegno per il bene superiore della società (Storia UniversaleDizionario della Lingua Italiana). Entrambi ritengono di aver passato la gioventù in una storia difficile ma piena di fermento e di ideali, in cui l’Italia era tutta da fare. Avevano cercato i segni dell’identità italiana da costruire nel passato: Cantù nell’età medievale dei comuni, Tommaseo nella repubblica del Savonarola; visioni dominate entrambe da un senso delle autonomie regionali, unite dalla fede. Perciò la nuova Italia sabauda non piace a nessuno dei due. Il carteggio è ricco di riflessioni sull’attività editoriale; sull’attenzione all’educazione ai giovani, sull’educazione popolare, sul senso vivo della storia antica e contemporanea. Raramente affiorano tensioni; su tutto domina una coscienza alta di sé e della missione del letterato. Manifestano l’apprezzamento dell’altrui operato e si scambiano consigli su problemi comuni (ad esempio su come affrontare la critica avversa).
I Sinonimi, sin dal loro apparire, costituiscono un argomento privilegiato nel carteggio. L’ammirazione di Cantù è evidente da subito; inoltre egli propone giunte e correzioni, appoggiando l’idea del Tommaseo di corroborare l’uso toscano con gli esempi degli autori. In una lettera non datata Cantù invia a Tommaseo un proprio libro di note alla Crusca (ora identificato e conservato nella biblioteca di Zara). Probabilmente in occasione della nomina di Tommaseo ad accademico della Crusca, Cantù volle dare il suo contributo inviandogli i propri spogli. Si tratta di giunte di carattere letterario, di prosa e poesia, che appartengono agli anni di Cantù a Sondrio. Purtroppo Tommaseo morì prima di scrivere la prefazione al Dizionario della Lingua Italiana e quindi non si può sapere quale spazio avrebbe riservato a Cantù e in quale misura si sia effettivamente giovato del suo contributo.