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SILVIA MORGANA
(Università degli Studi
di Milano)
I rapporti tra Ascoli e Cantù
Nel 1852 il giovane Ascoli, formatosi come linguista da
autodidatta con particolare interesse alle lingue
orientali, visita a Milano il Cantù, già affermato
intellettuale, letterato e storico milanese; incontro
narrato nei dettagli dal linguista in un suo taccuino
(Note letterario-artistiche minori...). Ascoli
ventitreenne incontrò Cantù nella speranza di trovare
collaborazione per un periodico di linguistica sulle
lingue orientali. La descrizione dell’abboccamento
permette di cogliere la differenza di fondo tra i due:
divulgatore Cantù, teso a trovare il senso del lavoro
intellettuale nella possibilità di comunicazione,
nell’effettivo raggiungimento delle masse, nel riscontro
a livello sociale; ricercatore l’Ascoli, interessato
alla possibilità della ricerca erudita anzitutto, anche,
al limite, nell’impossibilità di raggiungere un grande
pubblico. Ascoli non otterrà la collaborazione richiesta
(del periodico usciranno soltanto tre numeri), ma dopo
l’uscita del primo numero, nel 1854, ha inizio il
rapporto epistolare tra i due. Non è uno scambio di
lettere intenso, anche perché le occasioni di incontro e
contatti diretti erano numerose, dal momento che
entrambi parteciparono alla vita delle più attive
istituzioni culturali. Di particolare interesse una
lettera in cui, ringraziando per aver ricevuto in dono
il primo numero dell’Archivio Glottologico Italiano,
Cantù commenta i Saggi ladini ascoliani da dichiarato
non esperto, ma esprime anche un’interessante
considerazione sul tema della povertà linguistica, vista
come conseguenza della povertà del movimento
intellettuale. Nella lettera Cantù manifesta un
atteggiamento molto prudente in merito alla polemica
ascoliana contro Manzoni, ma darà ampio spazio al
proemio antimanzoniano dell’Ascoli nella recensione che
pubblicherà – sull’Archivio Storico Italiano – pochi
mesi dopo, dove sottolinea lo spazio importante dato
allo studio dei dialetti.
Scomparso il Cantù, Ascoli lo ricorda come “l’uomo a cui
fu dato di istruire tre generazioni di italiani negli
studi letterari e storici di ogni maniera”, rendendo
alto merito alle sue doti di divulgatore di cultura.
PAOLO BARTESAGHI
(Associazione Amici del Parini)
Il carteggio con Vieusseux
L’epistolario tra Cantù e Vieusseux, ancora in parte
inedito, va dal 1832 al 1863. Le lettere si trovano in parte a Firenze
(nella Biblioteca Nazionale Centrale e nell’Archivio Vieusseux),
in parte a Milano, alla Biblioteca Ambrosiana.In tutto ci sono
più di 130 lettere (alcune in copia ma affidabili), ma si
ipotizza che le lettere scambiate tra i due siano molto più di
quelle già individuate. La prima lettera di Cantù al
Vieusseux testimonia l’accettazione di Cantù a collaborare
all’Antologia. Nella lettera si fa il nome
del Tommaseo e fu infatti Tommaseo, dalle pagine
dell’Antologia,
a far conoscere Cantù agli italiani e a creare le premesse per
la conoscenza tra Cantù e Vieusseux. L’incontro tra i due
ha perciò come base il terreno del giornalismo e il comune
interesse per la storia. Dopo la carcerazione del 1833-34 Cantù
riannoda i rapporti con il Vieusseux, dimostrando il coraggio e il
desiderio di voler continuare nella sua opera, e le lettere degli anni
successivi (1835-37) vertono spesso sul tema della pubblicazione dei
libri per giovani, ai quali Cantù in quegli anni si dedica
(infatti partecipa al concorso bandito da Lambruschini a Firenze, ma
non lo vincerà, battuto dal Giannetto). Non mancano anche
lettere di tema politico, da cui Cantù lascia trasparire
il suo amore per la libertà, la sua diffidenza verso la
monarchia sabauda, l’interesse e la fiducia, nonostante
tutto, nel popolo.
Cultura, editoria, censura, diritto d’autore, educazione
del popolo, accademia della Crusca, lingua italiana, ma
anche situazioni personali: tanti sono i temi toccati da
questo epistolario. Nonostante la vastissima rosa di
argomenti, c’è un dato di fondo: si delinea attorno ai
due (soprattutto al Vieusseux) il formarsi di un gruppo
di intellettuali che si configurerà poi come un la
futura classe politica dirigente. Sia Cantù che
Vieusseux contribuiscono a trasformare la cultura
storica in cultura politica.
ANGELO STELLA
(Università degli Studi
di Pavia)
Un’amicizia non corrisposta. Ancora di Cantù verso
Manzoni
Il rapporto tra Cantù e Manzoni si configura di fatto
come un rapporto negato. Da Sondrio, Cantù collabora
all’appendice di un vocabolario della lingua italiana,
contribuendo con l’introduzione di alcune parole chiave
presenti nell’opera manzoniana. L’ispirazione al Manzoni
di queste postille non fu dichiarata, così come del
resto Cantù cercò di celare l’ispirazione manzoniana
nelle sue prime poesie, retrodatandole. La tendenza
costante di Cantù alla continua anticipazione del
Manzoni, possibile a motivo della loro personale
frequentazione, si può cogliere in diversi interventi:
nel
Saggio del Romanzo Storico (1831) Cantù accenna a
una sorta di logorio del Manzoni in merito al valore del
romanzo storico, che però il pubblico conoscerà solo 20
anni dopo con la pubblicazione del saggio manzoniano
(1850). Analogamente la Cicalata sugli idiotismi (1835)
anticipa per certo verso il Sentir Messa del Manzoni.
Infine nel 1839 Cantù pubblica gli atti del processo
della ‘storia della colonna infame’, precedendo
nuovamente l’autore de I Promessi Sposi. Dopo quest’ultima
anticipazione sui suoi lavori, Cantù viene messo alla
porta.
Tra il ’76 e l’84, tra la caduta della destra e
l’affermarsi della sinistra, Cantù scrive una sorta di
vademecum sociale, un libro intitolato
Attenzione!, in
cui si dà ampio spazio al valore della parole. Per
dimostrare che non esistono sinonimi, Cantù analizza e
distingue alcune coppie di parole (ad esempio:
fallo-errore, vedere-guardare, carità-filantropia).
L’analisi di questi termini permette di costruire una
sorta di ‘vocabolario ideologico’ canturiano che può
utilmente essere raffrontato con quello di Manzoni.
Questo ‘vocabolario ideologico’ comprende un’ampia gamma
di definizioni, da quella di ampio respiro di ‘governo
democratico’ (caratterizzato dalla prepotenza), a quella
concreta dei ‘giornalisti’, “masnadieri della penna”,
“vulgo scribacchiante”.
SARA PACACCIO
(Università degli
Studi di Pavia)
Per una verifica dell’itinerario stilistico di Cesare
Cantù: “La Setajuola”
La Setajuola
è pubblicata per la prima volta da
Ostinelli nel 1841, poi rimaneggiata fino al 1871.
Inoltre nel 1871 essa compare sia nelle
Novelle
Lombarde, sia come capitolo del
Portafoglio di un
operaio. Le varie elaborazioni della novella determinano
modificazioni sotto differenti aspetti: nella struttura
della pagina (impaginazione moderna delle battute di
dialogo diretto; uso delle virgolette per il discorso
diretto); nell’uso interpuntorio (modernizzazione verso
una maggiore mimesi dell’oralità); nella fonetica
(aderenza alle tradizioni letterarie e alle trascrizioni
grammaticali correnti). Nell’uso grammaticale mostra una
tendenza antimanzoniana (mantiene il pronome soggetto di
terza persona) e rivela una lingua bloccata a lungo sul
modello della ventisettana del Manzoni. Nella sintassi
invece, in linea col Manzoni, mostra la volontà di
creare uno scarto non eccessivo tra la voce del
narratore e quella dei personaggi. Le scelte lessicali
sono improntate a un progressivo adeguamento all’uso
toscano e una ricerca crescente di mimesi del parlato:
accoglie espressioni dell’uso popolare toscano e
contemporaneamente espunge forme lombarde. La scelta del
lessico vicino all’uso vivo è particolarmente spiccata
per quanto riguarda il lessico della filanda.
L’inserimento della novella entro il
Portafoglio ne
determina una particolare revisione lessicale, dovuta
all’intento didattico e ideologico, nonché al respiro
nazionale dell’opera: vengono smussate le escursioni sia
verso la letterarietà, sia verso gli usi eccessivamente
popolari, tenendo come punto di riferimento l’uso
corrente toscano.
Le vie correttorie de
La Setajuola si muovono dunque non
sempre nella stessa direzione, alcune volte verso l’uso
vivo, altre verso la lingua letteraria. In ogni caso il
testo nella sua struttura non subisce sostanziali
modificazioni.
BERNARDINO OSIO
(Segretario
Generale della Unione Latina)
Alcune lettere familiari di Cesare Cantù
L’archivio della famiglia conserva non meno di 400
lettere di Cantù. Esse vanno dal 1830 circa sino
all’estrema vecchiaia del Cantù (1894), scritte con
lettura tremante. Sono lettere rivolte per lo più ai
membri della famiglia e alle due figlie. Molte lettere
sono cicalate – come le definiva Cantù – con notizie sul
tempo, sulle malattie, gli amici, i bachi da seta, la
sua coltivazione dell’uva. Ogni lettera contiene una
frase o un lampo di genio; alcune di esse offrono anche
dei piacevoli ritrattini, pennellate di personaggi
illustri conosciuti da Cantù. Non mancano anche le
invettive, tra cui una contro Vittorio Emanuele II
nell’occasione della breccia di Porta Pia. Ci sono anche
lettere sarcastiche o comiche. Questo epistolario è
dunque prezioso per poter conoscere la vita intima di
una personalità così sfaccettata. Si dà lettura di una
lettera familiare alla figlia Rachele da Sala Comacina,
che mostra l’attenzione da poeta del Cantù al mutare dei
colori e degli aspetti della natura. Dalla lettera però
emerge, con la descrizione della processione del Corpus
Domini, anche il pensiero politico del Cantù, critico
verso gli uomini di governo della nuova Italia, che
agivano sotto ispirazione di acceso anticlericalismo. È
il giugno del 1870, poco prima della presa di Roma, un
momento di grande tensione con Pio IX. Emerge dalle
righe della lettera la posizione del Cantù neo-guelfo,
che desiderava un’Italia ancorata alle sue tradizioni
cattoliche che hanno radici profonde nel medioevo e
nelle libertà comunali.
ALESSANDRO ROVETTA
(Università
Cattolica di Milano)
Cesare Cantù e gli Artisti
Il contributo di Cantù alla storiografia artistica è
stato sottovalutato, perché una metodologia scientista
nuova ne ha surclassato i risultati. Occorre invece far
interagire la personalità di Cantù storiografo d’arte e
quella di Cantù ideologo d’arte per comprendere il
valore del suo contributo. Il suo profilo di storiografo
d’arte emerge nell’opera
Milano e il suo territorio
(1854). Dal capitolo dell’opera dedicato
all’architettura emerge da un lato l’importanza
attribuita al dettaglio esemplificativo, dall’altro
un’idea progressiva della storia dell’architettura (come
della storia in genere); secondo Cantù l’architettura
cambia perché cambiano le situazioni storiche e
politiche. Cantù è un medievalista convinto: il gotico è
il momento in cui l’architettura ha più carattere e lo
spirito cristiano dà senso alle forme. Egli individua
una specie di linea di continuità nella storia
dell’architettura, che parte dal romanico, passa
attraverso il gotico e giunge allo stile bramantesco.
Nell’architettura bramantesca Cantù i segni del futuro
di Milano e quindi ne cerca gli elementi di contiguità
col Medioevo. L’arte e l’architettura moderne, a suo
parere, non valorizzano l’espressione e il carattere, ma
hanno reso Milano una città funzionale: l’architettura
del suo tempo non è eccezionale, ma ha migliorato la
qualità della vita. Le riflessioni teoriche di Cantù
(L’archeologia delle belle arti) indicano invece le
qualità fondamentali dell’opera artistica: ‘unità’
(concetto classico) e ‘convenienza’, ovvero “profondo
senso del vero e delicato senso del bello”. La
‘convenienza’ in architettura ha come corrispettivo il
‘carattere’ in scultura, e la ‘espressione’ in pittura.
Su queste basi si comprendono gli interventi di Cantù ai
congressi artistici di Milano (1872) e di Torino (1880),
nei quali esprime il proprio concetto di restauro
architettonico: badare che nulla alteri il ‘carattere’
di un’opera architettonica; il carattere non è
necessariamente quello impresso inizialmente
dall’architetto, ma può essersi costruito nel tempo,
frutto di un processo storico di continui interventi.
FRANCO MONTEFORTE
(Giornalista)
Cesare Cantù e Jacob Burckhardt: letture parallele del
Sacro macello di Valtellina del 1620
La parte più originale de
La storia della città e della
diocesi di Como è il capitolo sulla vicenda Valtellinese,
e infatti nel 1831 Cantù lo ripubblicò come volumetto a
sé dal titolo
La rivoluzione valtellinese del XVII
secolo. L’espressione ‘rivoluzione’ è dovuta al taglio
ideologico dato all’opera: Cantù pensa ai primi moti
risorgimentali italiani e vede nell’episodio della
Valtellina (invasioni, guerre, peste) un esempio di ciò
che potrebbe capitare all’Italia. Il passaggio a una
lettura in chiave più religiosa che politica (passaggio
significativo solo nel titolo, perché il testo rimane
pressoché lo stesso) si ha nell’edizione del 1853:
Il
sacro macello di Valtellina... Cambia il punto di
riferimento civile: la sua polemica è orientata contro
il cattolicesimo intransigente, che rischia di portare a
risultati opposti a quelli dell’insegnamento della
chiesa. Dall’analisi delle proporzioni del massacro
(solo 9 % erano Grigioni, gli altri quasi tutti
italiani) Cantù non sembra trarre la conseguenza ultima,
cioè che il ‘sacro macello’ fu un regolamento di conti
tra valtellinesi; ciò accade perché la sua attenzione è
mirata al punto di vista religioso: l’origine di tutti i
guai è la riforma protestante.
Burckhardt lesse il testo di Cantù del ’31 e se ne servì
per una conferenza a Basilea nel 1844. Nel suo
intervento mostrò un punto di vista antitetico al Cantù:
ritenendo il problema religioso un falso problema. Il
punto di riferimento di Burckhardt è la situazione della
Svizzera dei primi anni ’40 dell’800, caratterizzata da
una forte ostilità tra cantoni cattolici e protestanti.
Secondo Burckhardt la Svizzera vive un conflitto
politico travestito da conflitto religioso; perciò egli
propone l’esempio della Valtellina, altro caso in cui vi
fu un conflitto politico e geopolitico, mascherato da
conflitto religioso.
É perciò possibile confrontare due letture dello stesso
episodio storico: una dal punto di vista di un cattolico
italiano, l’altra dal punto di vista di uno svizzero
protestante. Entrambi avevano l’intento di costituire un
monito a quanto potrebbe accadere nella contemporaneità,
ma la spiegazione dei medesimi fatti è tessuta in modo
diametralmente opposto.
DONATELLA MARTINELLI
(Docente)
Il carteggio con Tommaseo
Il carteggio tra Cantù e Tommaseo copre gli anni dal
1828 al 1864, per un totale di circa 200 lettere.
L’analisi del carteggio pone a confronto due mentalità
simili e diverse: entrambi soli e coerenti nel loro
cammino, sono accomunati dall’impegno per il bene
superiore della società (Storia Universale – Dizionario
della Lingua Italiana). Entrambi ritengono di aver
passato la gioventù in una storia difficile ma piena di
fermento e di ideali, in cui l’Italia era tutta da fare.
Avevano cercato i segni dell’identità italiana da
costruire nel passato: Cantù nell’età medievale dei
comuni, Tommaseo nella repubblica del Savonarola;
visioni dominate entrambe da un senso delle autonomie
regionali, unite dalla fede. Perciò la nuova Italia
sabauda non piace a nessuno dei due. Il carteggio è
ricco di riflessioni sull’attività editoriale;
sull’attenzione all’educazione ai giovani,
sull’educazione popolare, sul senso vivo della storia
antica e contemporanea. Raramente affiorano tensioni; su
tutto domina una coscienza alta di sé e della missione
del letterato. Manifestano l’apprezzamento dell’altrui
operato e si scambiano consigli su problemi comuni (ad
esempio su come affrontare la critica avversa).
I Sinonimi, sin dal loro apparire, costituiscono un
argomento privilegiato nel carteggio. L’ammirazione di
Cantù è evidente da subito; inoltre egli propone giunte
e correzioni, appoggiando l’idea del Tommaseo di
corroborare l’uso toscano con gli esempi degli autori.
In una lettera non datata Cantù invia a Tommaseo un
proprio libro di note alla Crusca (ora identificato e
conservato nella biblioteca di Zara). Probabilmente in
occasione della nomina di Tommaseo ad accademico della
Crusca, Cantù volle dare il suo contributo inviandogli i
propri spogli. Si tratta di giunte di carattere
letterario, di prosa e poesia, che appartengono agli
anni di Cantù a Sondrio. Purtroppo Tommaseo morì prima
di scrivere la prefazione al Dizionario della Lingua
Italiana e quindi non si può sapere quale spazio avrebbe
riservato a Cantù e in quale misura si sia
effettivamente giovato del suo contributo.
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