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MATILDE DILLON
WANKE (Università degli studi di
Bergamo)
La Margherita Pusterla e il romanzo storico
La Margherita Pusterla nasce in una fase di
ripiegamento del romanzo storico, quando
Manzoni già rifletteva criticamente sul
valore di un’opera mista di storia e
invenzione. Antecedente al fortunato romanzo
del Cantù è una lettera del ‘romantico
brianteo’ (1831), in cui Cantù scoraggia gli
scrittori dal comporre romanzi storici. La
critica mossa al romanzo storico è la stessa
sulla quale riflette Manzoni: la creazione
di un’opera ibrida che non è né storia né
romanzo. Cantù inoltre osteggia in modo
particolare la ‘moda’ diffusa di scrivere
romanzi storici e conclude asserendo che i
romanzi storici dovrebbero essere scritti
dalle donne, perché esse sole hanno
particolare sensibilità di penetrazione
psicologica.
Eppure, nonostante questo antecedente, Cantù
scriverà qualche anno dopo la
Margherita Pusterla. Per la maturazione di tale scelta
lo spartiacque del carcere segna una svolta
importante. In realtà Cantù non contraddice
il suo pensiero precedente, perché se è vero
che il suo romanzo ha come imprescindibile
modello l’opera manzoniana, esso per certi
versi può considerarsi opposto al lavoro di
Manzoni: pochissima e quasi nulla è
l’invenzione, mentre abbonda – nel gusto
della divagazione illustrativa, storica,
archeologica, geografica, ambientale – un
versante metanarrativo di Cantù che si
rivela come l’applicazione pratica della
lettera del ‘romantico brianteo’.
Intento animatore dell’opera è ottenere una
‘storia illustrata’, che proponga il
confronto costante con il presente. La
storia è vista in ottica militante e nella
sua rievocazione in struttura di romanzo si
cela l’intento di educare il popolo. Le
stesse situazioni narrative dell’opera sono
in ultima analisi situazioni letterarie,
ispirate ad altre opere (dalla Divina
Commedia a Le mie prigioni) e dunque a
situazioni già topiche della letteratura.
Cantù chiude il romanzo indicando
espressamente le sue fonti per la storia di
Milano, in cui però Margherita appare come
personaggio negativo e diabolico, opposto al
ritratto che ne restituisce Cantù. Proprio
questa incongruenza è spia che altra è la
vera fonte canturina: la storia di Milano di
Verri, in cui Margherita Pusterla è dipinta
con gli stessi tratti che le conferisce
Cantù.
GABRIELLA CARTAGO
(Università degli studi di Milano)
Dall’osservatorio linguistico di Cesare
Cantù
Cantù inaugura la sua lotta al francesismo
già nel 1835-36. Nella Cicalata
infatti accusa chi ritiene la propria lingua inadatta alla scienza e
alla conversazione e scusa con ciò il ricorso alla lingua
francese; l’accusa del Cantù è diretta al
Cesarotti, responsabile storico del lassismo, nonché a
giornalisti e traduttori, principali imputati di gallicismo. In
età post-unitaria il problema dell’influsso francese
diventa uno degli aspetti dell’educazione linguistica nazionale e
Cantù continua ad esserne oppositore, come testimonia la netta
posizione assunta nelle Questioni di lingua.
Due manoscritti inediti presenti nel fondo
Cantù della biblioteca ambrosiana permettono
di entrare nel laboratorio linguistico del
Cantù. Un quaderno, intitolato Modi
francesi,
contiene circa 200 singole voci e locuzioni francesi con traduzione
italiana; questo quaderno rimane nell’ambito della
comparatistica. Il secondo quaderno, più interessante, è
intagliato a rubrica e intitolato Solecismi italiani: contiene
circa 600 voci distribuite su due colonne
(ove la seconda propone il corrispettivo
della prima). Alla lettera F della rubrica
sono raccolte una quarantina di voci sotto
il titolo franzesismi; ma in realtà i
francesismi costellano tutta la raccolta.
Poche sono le parole francesi presentate
secondo la grafia originale e in ciò Cantù
non segue l’uso della rifrancesizzazione di
alcune espressioni in precedenza adattate
all’italiano. I francesismi annotati
appartengono più che altro al secolo XVIII,
con anche alcuni termini più moderni, di
inizio ’800.
Vi sono neologismi derivativi, bersaglio
costante e polemico di tutti i puristi
dell’800, e anche deverbali a suffisso zero,
diffusi nella lingua degli uffici e
anch’essi osteggiati dai puristi.
Difficile stabilire singole fonti del
materiale raccolto da Cantù; il frequente
disordine delle voci fa pensare ad una
trascrizione da una sede precedente con
numerosi interventi successivi. È probabile
che Cantù lavorò a lungo a questi quaderni
senza mai pensare alla pubblicazione e
servendosene invece per sé.
ADA GIGLI MARCHETTI
(Università degli studi di Milano)
Cesare Cantù e i suoi editori
Nel primo ’800 si comincia a costruire il
modello dell’intellettuale moderno, libero
ma non estraneo ai condizionamenti sociali.
Cantù fu primo protagonista di questo
cambiamento; sostenitore del nuovo ruolo
dell’intellettuale nella società, riteneva
che l’indipendenza economica fosse unica
garanzia per la libertà di giudizio. Tale
indipendenza, finito il tempo della
protezione dei mecenati, si doveva ora
ottenere con la forza del proprio lavoro
intellettuale. Cantù dunque fu in grado di
convertire in attività professionale la sua
condizione culturale. In questo nuovo
scenario si evidenzia l’importanza del
rapporto tra l’autore e i suoi molti editori
(più di cento). Più di ogni altro autore,
Cantù fu in grado di capire ciò che di volta
in volta gli editori si aspettavano da lui.
Mantenne una fitta corrispondenza con tutti
i suoi datori di lavoro, trattando sia
questioni contrattuali o tecniche, sia
allargando il campo all’amicizia, alla
riflessione sulla nascita di un mercato
editoriale italiano. Si scagliò contro la
censura, la contraffazione, la pirateria
(difficile da scalzare perché, spiega Cantù
nel suo carteggio con Vieusseux, buona fonte
di entrate per gli editori).
Rapporti più fitti, improntati a stima e
amicizia, intrattenne con Vieusseux e Pomba.
Tra i due forse proprio con Pomba Cantù ebbe
una relazione più profonda e intima. Le
lettere tra i due vanno dalle richieste di
reciproco aiuto, ai consigli, ai favori,
alle più ampie riflessioni, agli sfoghi
piccati.
Con altri editori con i quali mancava un
consolidato legame, la cruda realtà del
rapporto conflittuale autore-editore emerge
con chiarezza (ad esempio, Cantù accusa
Treves di non occuparsi con sufficiente
impegno della vendita delle sue opere).
Cantù novantenne continua ad essere oggetto
di interesse per gli editori, basti pensare
che Moriondo, direttore della UTET ed erede
di Pomba, continua a voler stampare le opere
del Cantù già nonagenario, cercando di
legarlo soltanto alla propria casa editrice.
WILLIAM SPAGGIARI
(Università degli studi di Milano)
La scrittura breve di Cesare Cantù: i
racconti
I racconti di Cantù sono rilevanti nella
prosa novellistica dell’800, sia per la loro
estensione cronologica di quasi 60 anni, sia
per le numerose cure testuali, sia per la
varietà degli indirizzi. Si va dalle novelle
in versi, ai racconti che tendono al
romanzo, alle novelle apparse nei giornali,
a materiali narrativi per l’infanzia.
In questo ampio bacino, è possibile
individuare un blocco di una quarantina di
testi narrativi continuamente ritoccati e
raffinati negli anni. Il periodo cronologico
di rimaneggiamento segna un’attività
esercitata con impegno assiduo nel periodo
successivo all’esperienza del carcere e
all’esclusione dai ruoli dell’insegnamento.
Di particolare interesse è la raccolta
uscita da Tendler nel 1847, notevole per il
numero di novelle raccolte e per la
dichiarata collaborazione tra autore ed
editore, impegnato nell’operazione
editoriale di avvicinamento della cultura
italiana a quella tedesca. Alle novelle
delle tre sezioni gli editori hanno
alternato alcuni scritti inediti del Cantù,
come compendio delle parti narrative.
Le novelle (quasi tutte riconducibili agli
anni 1832-36), che occupano due terzi
dell’opera, hanno la misura ora di racconti
brevissimi, ora di racconti ampi sino alle
quasi 100 pagine de
La Madonna d’Imbevera.
Queste novelle contengono le tinte fosche
del medioevo feudale, sentenze morali,
realismo documentario, pedagogia dei buoni
sentimenti, stile variegato tra ricercatezze
e dialettalismi, sfiducia nella giustizia
degli uomini, conclusioni tragiche.
Interessante anche il filone della
narrazione di viaggio o della cronachistica
di catastrofi naturali, di cui sono un
esempio
La Valanga e
Un viaggio piovoso e
la
Gabriella. In questi testi il tono narrativo
passa dal patetico al giornalistico, dalla
cronaca di viaggio al romanzesco, con il
predominio della tendenza centrifuga del
Cantù novelliere, che prendere il
sopravvento su tutti questi complessi e
molteplici aspetti.
MARCO BOLOGNA
(Università degli Studi di Milano)
Cesare Cantù e gli archivi
Nel primo volume sui Documenti diplomatici
tratti dagli archivi milanesi di Luigi Osio
(1864), Cantù si avvicina ai problemi
dell’ordinamento dell’archivio, giudicando
di utilità pratica l’ordinamento peroniano
effettuato da Osio. Nell’opera
Gli archivi e
la Storia, Cantù analizza la contemporanea
situazione istituzionale degli archivi,
vedendo nella divisione delle competenze tra
Ministero dell’Interno e Ministero della
Pubblica Istruzione il motivo del
malfunzionamento degli archivi, e auspicando
perciò l’unificazione dei due Ministeri.
Alcune delle carenze lamentate vennero poi
decise per decreto, ma Cantù, pur avendone
l’obbligo, non applicò nulla di quanto
decretato. Nel 1873 Cantù è nominato
direttore dell’Archivio di Stato di Milano e
in seguito soprintendente degli Archivi
Lombardi; con la scelta di nominare uno
storico alla direzione degli Archivi, il
governo manifestava l’intenzione di rompere
col vecchio sistema per aprirsi a nuove
prospettive. Si sono avanzate ipotesi circa
la scelta politica di conferire a Cantù la
carica di direttore per sopperire alla
mancata nomina a senatore; del resto le
medesime ragioni politiche che gli
impedirono la nomina a senatore agevolarono
invece la nomina alla direzione
dell’archivio, perché ciò lo poneva sotto
stretto controllo del prefetto.
Dopo la nomina, le perplessità dei
consiglieri dell’Archivio nei confronti di
Cantù andarono crescendo, a causa delle
frequentissime proposte di scarto di
documenti, proposte in merito alle quali vi
era il sospetto, fondato, che fossero frutto
dello sceveramento peroniano (metodo vietato
dalla nuova normativa).
Dalle relazioni semestrali (anni 1874-1882)
di Ghinzoni, si può conoscere sia quanto
venne inventariato, sia come vennero svolte
le archiviazioni e si ha la dimostrazione
che Cantù proseguì per anni l’applicazione
del metodo peroniano.
Se il Ministero tenne un atteggiamento
abbastanza permissivo verso il nuovo
direttore, il Consiglio degli Archivi ebbe
invece un atteggiamento molto critico e,
dopo la sua morte, deplorò il lavoro di
Cantù. Egli resta infatti un grande studioso
d’archivio, ma mai fu archivista. Perseguì
lo scopo della consultabilità dei documenti,
ma la scientificità dei lavori archivistici
che promosse non fu adeguata. Il compito
degli archivisti si riduceva per lui alla
scrittura delle descrizioni, mentre non
considerò mai gli archivi come testimonianze
autonome, ma solo come serbatoi di
informazioni.
LUIGI CEPPARRONE
(Università degli studi di Bergamo)
Il Portafoglio di un operaio e la fondazione
di una ideologia cattolica del lavoro
La vicenda dell’emigrante che da sud viaggia
attraverso il nord Italia, narrata nel
Portafoglio d’un operaio (1871), dà al Cantù
l’occasione per parlare della questione
sociale e del problema
dell’industrializzazione in Italia.
Dall’analisi del carteggio Cantù-Rossi non
risulta alcuna committenza (come si pensava
sino ad ora) da parte dell’industriale di
Schio, ma piuttosto una consultazione del
Cantù, che domanda al Rossi informazioni
sulla vita degli operai e gli invia le bozze
dell’opera per avere eventuali informazioni
utili da aggiungere.
L’interesse di Cantù per gli operai e la
questione sociale fu un frutto del tutto
autonomo nello scrittore: il suo opuscoletto
Del progresso positivo (1869) è una
celebrazione del progresso, con anche la
denuncia dell’urgenza della questione
sociale e l’invito ai cattolici ad
intervenire.
Il Portafoglio, via di mezzo tra narrazione
e saggio, ha una struttura semplice dal
punto di vista della fabula, ma complessa
per quanto riguarda il tessuto dell’opera,
con l’inserzione di ampi passi saggistici,
momenti di divulgazione, novelle autonome,
lunghi dialoghi; tutti elementi che faranno
parlare, nelle recensioni dell’epoca, di
opera enciclopedica. La complessità
dell’opera del Cantù è commisurata alla
complessità del pubblico cui l’autore si
rivolge.
Il Portafoglio infatti non è solo
dedicato agli operai, ma contiene continui
consigli e ammonimenti anche agli
industriali, ai piccoli e medi imprenditori,
agli agricoltori. L’ideologia cattolica
interclassista accresce e permea la
complessità del testo.
Il valore e l’importanza di un romanzo
educativo popolare nascono dall’idea che non
lo Stato ma la Chiesa deve occuparsi
dell’educazione. Nell’attuale situazione in
cui la Chiesa non può svolgere questo
compito e lo Stato non deve, l’educazione
popolare deve essere affidata alla società
civile.
Cantù elabora una ideologia del lavoro
giustificandolo in senso cattolico; si
tratta di un’ideologia senza utopia: il
progresso è utile, ma nessun progresso
libererà mai l’uomo dalla sua condizione
strutturale; l’uomo è nato per lavorare. Pur
in un’ottica paternalistica, in cui
l’operaio può solo sperare di mettersi nelle
mani di un imprenditore buono e paterno,
Cantù nondimeno asserisce anche che gli
operai devono poter partecipare all’utile
delle industrie.
BERNARDINO OSIO
(Segretario Generale della Unione Latina,
Parigi)
Le lettere di Cesare Cantù a Pedro II
imperatore del Brasile
L’imperatore del Brasile Don Pedro de
Alcantara II visitò l’Europa per tre volte
con la moglie, negli anni 1871, 1877, 1888,
dedicando sempre molto tempo all’Italia e a
Milano, ove nel 1871 conobbe Cantù.
La prima traccia del contatto tra i due a
Milano si trova in una nota del libro
Reminiscenze su Alessandro Manzoni, in cui
Cantù racconta come accompagnò Pedro II in
visita a Manzoni, autore molto stimato
dall’imperatore del Brasile.
Cantù narra le diverse visite di Pedro II a
Milano, di come egli lo accolse al suo
arrivo alla stazione ferroviaria e lo
accompagnò per tutto il suo viaggio
milanese, in visita delle principali
istituzioni culturali della città.
A Rio de Janeiro sono conservate sette
lettere inedite di Cantù all’imperatore
(anni 1877-1889). In esse si riscontra
l’ammirazione per l’eccezionale personalità
dell’imperatore; la riconoscenza per le
manifestazioni di stima concessegli; lo
sdegno verso la casta militare brasiliana
che detronizzò Pedro II; l’accenno alla
mancata nomina di Cantù a senatore.
Le lettere sono occasione per il Cantù di
riflettere anche su alcuni eventi milanesi,
come l’Esposizione nazionale di Belle Arti a
Milano (di cui fu presidente onorario), e
sulle proprie disavventure editoriali, come
la sua protesta contro una non autorizzata
traduzione emendata della
Storia Universale
per Portogallo e Brasile, che non fu
sufficiente per evitare l’edizione
dell’opera, ma diede al Cantù la
determinazione per preparare una decima
edizione del suo capolavoro storico.
L’ultima lettera, datata 2 dicembre 1889,
mostra tutto lo sdegno del Cantù per
l’ingiustizia che subì, con la
detronizzazione, Pedro II , imperatore
illuminato sotto il cui regno venne
finalmente abolita la pena di morte in
Brasile.
FRANCESCA CANTÙ
(Università di Roma Tre)
“America” e “Spagna” nella Storia universale
La sezione della
Storia Universale dedicata
all’America Latina si articola lungo tre
assi cronologici: la storia precolombiana
(con alla base il contrasto dialettico
civiltà-barbarie); la storia della scoperta
e della conquista; la storia
dell’emancipazione politica del nuovo
continente (preceduta da un excursus sulle
caratteristiche delle colonie spagnole
dell’America e da una riflessione sui
destini imperiali della Spagna).
Cantù traccia lucidamente i legami tra due
vicende successive che videro la Spagna
protagonista: la cacciata dei mori dal
proprio territorio e la conquista
dell’America. Gli spagnoli portarono in
America le persecuzioni e lo sterminio
dell’Islam che avevano perpetrato in patria.
Il grosso errore commesso dagli spagnoli fu
il mancato tentativo di avvicinare le
condizioni e le forme dello stato nuovo con
quelle dell’antico. Con ciò Cantù non
condivideva il mito del buon selvaggio, ma,
analogamente, riteneva che invocare la
barbarie del selvaggio serve solo a
giustificare la violenza.
Nel cruento scenario di violenza delle
conquiste, le missioni sono viste come la
sola opera di incivilimento, grazie al
lodevole lavoro dei missionari, capaci di
conoscere e interagire con la lingua e la
cultura indigena. Cantù narra le vicende
delle missioni con toni da epopea (negati
alla descrizione delle azioni
conquistatrici), sfiorando l’idillio nel
descrivere le riduzioni gesuitiche del
Paraguay. Non è però indulgente nel
giudicare l’altra faccia della Chiesa,
ambiziosa, assoggettata ai re di Spagna e
formata da un clero secolare lassista. Un
attento bilancio storico chiude la sezione
dedicata alla conquista, stabilendo una
distinzione concettuale tra ‘conquista’
(frutto dell’intolleranza) e ‘scoperta’
(positiva perché foriera di nuova ricchezza
culturale, sociale, economica).
Nella terza sezione, la crisi dell’America
spagnola è individuata nella disgregazione
del tessuto sociale e nella corruzione del
potere. Il trapianto imposto delle
istituzioni spagnole in America fu l’innesto
di un elemento in un corpo estraneo, a cui
si aggiunsero ingiusti privilegi e leggi
oppressive che provocarono la ribellione
delle colonie. Ne emerge un ritratto della
monarchia spagnola assolutista,
accentratrice e oscurantista.
Le conclusioni che l’autore riserva circa il
percorso storico secolare del nuovo mondo
vertono intorno a una fondamentale lezione
etico-pedagogica, con l’idea che tosto o
tardi è forza che la libertà vera germogli.
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