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MARIELLA COLIN
(Univerité
de Caen Basse-Normandie)
L'opera pedagogica di Cesare Cantù in Francia -
Traduzione e ricezione
L’intervento di Mariella Colin si incentra sulla
ricezione e traduzione degli scritti pedagogici di Cantù
in Francia e si articola in due parti: una breve
introduzione dedicata alla genesi di queste opere
pedagogiche e una seconda parte relativa al destino che
esse ebbero nel contesto culturale francese. Cantù non
fu solo storico, storico della letteratura e poligrafo,
ma nella sua vasta produzione vi sono anche numerosi
testi pensati e composti in modo specifico per la
formazione morale dell’infanzia. Questa produzione
rivela senza dubbio le origini di Cantù e la sua prima
vocazione: quella di insegnante e di educatore della
gioventù. Vocazione tragicamente interrotta dal punto di
vista professionale dall’incarcerazione del 1833, ma che
non scomparve dall’orizzonte degli interessi specifici
di Cantù. Da ciò scaturiscono titoli come Il buon
fanciullo, Il giovinetto drizzato alla bontà, al sapere
e all’industria e Il galantuomo. Libro di morale
popolare. Contemporaneamente alle edizioni italiane di
questi testi pedagogici vedono la luce le corrispettive
edizioni francesi, le quali ebbero in generale
un’accoglienza migliore rispetto a quanto successe in
Italia (a questo proposito si vedano in modo particolare
i giudizi di Francesco De Sanctis). La fortuna francese
dei racconti pedagogici di Cantù è dimostrata anche dai
numerosi adattamenti ai quali essi furono sottoposti e
il cui scopo era quello di attualizzarne il messaggio
alla realtà transalpina, ampliandone con ciò l’efficacia
educativa e morale. Questi adattamenti sottolineano
quindi come il modello educativo della narrativa
pedagogica di Cantù ben si inserisca nella temperie
romantica allora prevalente in Francia.
FABIO
DANELON (Università per Stranieri di Perugia)
Cesare Cantù storico della letteratura
Nelle Lezioni di letteratura italiana, che escono tra il
1866 e il 1872, Luigi Settembrini dà un giudizio
decisamente negativo della Storia della letteratura
italiana di Cesare Cantù pubblicata nel 1865. Comunque
la si voglia vedere, quella dello storico di Brivio è
sicuramente un’opera eterodossa nel panorama
dell’Ottocento italiano, perché si contrappone alla
linea storiografica tracciata da Paolo Emiliani Giudici,
Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis caratterizzata
da una visione laica e profondamente filo
risorgimentale. Cantù tenta invece di costruire una
storiografia letteraria di orientamento decisamente
cattolico e vuole svolgere con la sua opera un ruolo di
controinformazione rispetto alla ideologia egemone di
quegli anni, sottolineando con ciò il proprio ruolo di
esponente e portavoce della cultura cattolico-romantica
lombarda di ascendenza manzoniana. Per Cantù la misura
moralistica è la chiave di distinzione tra le opere e
gli autori e solo quest’ultimo è il criterio che lo
porta a condannare o stigmatizzare la maggior parte
degli scrittori maggiori della storia letteraria
italiana (Dante, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli,
Foscolo, Leopardi) e in generale tutti gli autori minori
(l’esempio più ovvio è l’Aretino), tramutando il proprio
discorso storico-letterario in un vero e proprio
‘esercizio della stroncatura’. Il carattere
particolarmente astioso e moralistico della Storia della
letteratura italiana di Cantù è sanzionato dalla sua
sfortuna editoriale, decisamente singolare per un autore
generalmente apprezzato, soprattutto da un pubblico
medio-basso, le cui opere maggiori furono ampliamente
ristampate per tutto l’Ottocento.
MARINELLA COLUMMI
CAMERINO (Università di Venezia)
Cesare Cantù e la “Rivista Europea”
L’intervento di Marinella Colummi Camerino si rivolge
soprattutto alla figura di Cantù come abile
organizzatore dell’industria editoriale, come mediatore
di cultura, come dirigente e consulente redazionale e,
ovviamente, come giornalista in quel breve volgere di
anni che vanno dal 1834, anno della sua scarcerazione,
fino al 1839. In questi ruoli Cantù fu un vero e proprio
maestro, modello e precursore per quella che, forse
ancora impropriamente per quegli periodo, si può
chiamare ‘industria culturale’. Gli anni Trenta sono
cruciali per l’evoluzione del mercato editoriale e Cantù
si pone al centro di questo sviluppo diventandone
l’arbitro indiscusso e cercando di indirizzarlo verso
una regolamentazione seria e rigorosa che, ad esempio,
riconosca il diritto d’autore e in questo modo possa
tutelare gli scrittori dalla piaga delle edizioni pirata
che non solo lede irrevocabilmente la qualità artistica
delle opere, ma sottrae agli autori la possibilità di
trarre un adeguato sostentamento dal proprio lavoro
intellettuale. In quest’ottica va inquadrata anche
l’attività più strettamente giornalistica di Cantù. Se
da un lato, infatti, essa si volge alla diffusione,
soprattutto tra le classi sociali medio-basse, dei
principi di una cultura e di una letteratura fondate su
precisi dettami etici e morali, dall’altro molti degli
interventi di Cantù, e in particolar modo quelli
pubblicati proprio sulla “Rivista Europea”, sono dei
proclami appassionati per la costituzione di un mercato
editoriale che sia sempre più in grado di diffondere la
scaturita da questi principi e che non manchi di
garantire protezione ai suoi autori.
MARINA PALADINI (Università di Trieste)
Riflessioni intorno al “Portafoglio d’un operajo”
Le riflessioni di Marina Paladini si articolano intorno
al problema fondamentale che contraddistingue lo
sviluppo dell’industria italiana nel secondo Ottocento:
la questione operaia. La classe operaia, secondo il
Cantù del Portafoglio d’un operjo, deve essere difesa
dalle tentazione rivoluzionarie derivanti dalle teorie
sociali marxiste che proprio in quegli anni si andavano
diffondendo. Per meglio contrastare queste teorie
l’unica soluzione rimane quella di garantire agli operai
una dignità che troppo spesso viene loro negata da
condizioni di vita disumane e da un’inferiorità
culturale non mitigata da un sistema educativo
classista. Nella dinamica di una relazione tra padrone e
operaio che per Cantù non deve comunque sconfinare dal
modello paternalistico del rapporto tra una figura
genitoriale premurosa e dei figli obbedienti, gli operai
devono quindi essere messi in condizione di poter
condurre un’esistenza che non sia condizionata dalla
legge del profitto e che non sia regolata unicamente dai
principi del massimo profitto e dello sfruttamento. Le
teorie sociali enunciate da Cantù nel Portafoglio d’un
operajo sono un’intelligente e aggiornata rielaborazione
clericale e moderata dei principi del ‘lavorismo’. Una
rielaborazione, quella di Cantù, che sta alla base di
gran parte dell’ideologia e della politica sociale di
quegli anni.
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