RELAZIONI DEGLI INTERVENTI

a cura di Luca Bani

Giovedì 27 Aprile 2006

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Bergamo - Università degli studi

Giornata internazionale di studio:
CESARE CANTÚ E
DINTORNI

MARIELLA COLIN (Univerité de Caen Basse-Normandie)
L'opera pedagogica di Cesare Cantù in Francia - Traduzione e ricezione

L’intervento di Mariella Colin si incentra sulla ricezione e traduzione degli scritti pedagogici di Cantù in Francia e si articola in due parti: una breve introduzione dedicata alla genesi di queste opere pedagogiche e una seconda parte relativa al destino che esse ebbero nel contesto culturale francese. Cantù non fu solo storico, storico della letteratura e poligrafo, ma nella sua vasta produzione vi sono anche numerosi testi pensati e composti in modo specifico per la formazione morale dell’infanzia. Questa produzione rivela senza dubbio le origini di Cantù e la sua prima vocazione: quella di insegnante e di educatore della gioventù. Vocazione tragicamente interrotta dal punto di vista professionale dall’incarcerazione del 1833, ma che non scomparve dall’orizzonte degli interessi specifici di Cantù. Da ciò scaturiscono titoli come Il buon fanciullo, Il giovinetto drizzato alla bontà, al sapere e all’industria e Il galantuomo. Libro di morale popolare. Contemporaneamente alle edizioni italiane di questi testi pedagogici vedono la luce le corrispettive edizioni francesi, le quali ebbero in generale un’accoglienza migliore rispetto a quanto successe in Italia (a questo proposito si vedano in modo particolare i giudizi di Francesco De Sanctis). La fortuna francese dei racconti pedagogici di Cantù è dimostrata anche dai numerosi adattamenti ai quali essi furono sottoposti e il cui scopo era quello di attualizzarne il messaggio alla realtà transalpina, ampliandone con ciò l’efficacia educativa e morale. Questi adattamenti sottolineano quindi come il modello educativo della narrativa pedagogica di Cantù ben si inserisca nella temperie romantica allora prevalente in Francia.


FABIO DANELON (Università per Stranieri di Perugia)
Cesare Cantù storico della letteratura
Nelle Lezioni di letteratura italiana, che escono tra il 1866 e il 1872, Luigi Settembrini dà un giudizio decisamente negativo della Storia della letteratura italiana di Cesare Cantù pubblicata nel 1865. Comunque la si voglia vedere, quella dello storico di Brivio è sicuramente un’opera eterodossa nel panorama dell’Ottocento italiano, perché si contrappone alla linea storiografica tracciata da Paolo Emiliani Giudici, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis caratterizzata da una visione laica e profondamente filo risorgimentale. Cantù tenta invece di costruire una storiografia letteraria di orientamento decisamente cattolico e vuole svolgere con la sua opera un ruolo di controinformazione rispetto alla ideologia egemone di quegli anni, sottolineando con ciò il proprio ruolo di esponente e portavoce della cultura cattolico-romantica lombarda di ascendenza manzoniana. Per Cantù la misura moralistica è la chiave di distinzione tra le opere e gli autori e solo quest’ultimo è il criterio che lo porta a condannare o stigmatizzare la maggior parte degli scrittori maggiori della storia letteraria italiana (Dante, Boccaccio, Ariosto, Machiavelli, Foscolo, Leopardi) e in generale tutti gli autori minori (l’esempio più ovvio è l’Aretino), tramutando il proprio discorso storico-letterario in un vero e proprio ‘esercizio della stroncatura’. Il carattere particolarmente astioso e moralistico della Storia della letteratura italiana di Cantù è sanzionato dalla sua sfortuna editoriale, decisamente singolare per un autore generalmente apprezzato, soprattutto da un pubblico medio-basso, le cui opere maggiori furono ampliamente ristampate per tutto l’Ottocento.


MARINELLA COLUMMI CAMERINO (Università di Venezia)
Cesare Cantù e la “Rivista Europea”
L’intervento di Marinella Colummi Camerino si rivolge soprattutto alla figura di Cantù come abile organizzatore dell’industria editoriale, come mediatore di cultura, come dirigente e consulente redazionale e, ovviamente, come giornalista in quel breve volgere di anni che vanno dal 1834, anno della sua scarcerazione, fino al 1839. In questi ruoli Cantù fu un vero e proprio maestro, modello e precursore per quella che, forse ancora impropriamente per quegli periodo, si può chiamare ‘industria culturale’. Gli anni Trenta sono cruciali per l’evoluzione del mercato editoriale e Cantù si pone al centro di questo sviluppo diventandone l’arbitro indiscusso e cercando di indirizzarlo verso una regolamentazione seria e rigorosa che, ad esempio, riconosca il diritto d’autore e in questo modo possa tutelare gli scrittori dalla piaga delle edizioni pirata che non solo lede irrevocabilmente la qualità artistica delle opere, ma sottrae agli autori la possibilità di trarre un adeguato sostentamento dal proprio lavoro intellettuale. In quest’ottica va inquadrata anche l’attività più strettamente giornalistica di Cantù. Se da un lato, infatti, essa si volge alla diffusione, soprattutto tra le classi sociali medio-basse, dei principi di una cultura e di una letteratura fondate su precisi dettami etici e morali, dall’altro molti degli interventi di Cantù, e in particolar modo quelli pubblicati proprio sulla “Rivista Europea”, sono dei proclami appassionati per la costituzione di un mercato editoriale che sia sempre più in grado di diffondere la scaturita da questi principi e che non manchi di garantire protezione ai suoi autori.


MARINA PALADINI (Università di Trieste)
Riflessioni intorno al “Portafoglio d’un operajo”
Le riflessioni di Marina Paladini si articolano intorno al problema fondamentale che contraddistingue lo sviluppo dell’industria italiana nel secondo Ottocento: la questione operaia. La classe operaia, secondo il Cantù del Portafoglio d’un operjo, deve essere difesa dalle tentazione rivoluzionarie derivanti dalle teorie sociali marxiste che proprio in quegli anni si andavano diffondendo. Per meglio contrastare queste teorie l’unica soluzione rimane quella di garantire agli operai una dignità che troppo spesso viene loro negata da condizioni di vita disumane e da un’inferiorità culturale non mitigata da un sistema educativo classista. Nella dinamica di una relazione tra padrone e operaio che per Cantù non deve comunque sconfinare dal modello paternalistico del rapporto tra una figura genitoriale premurosa e dei figli obbedienti, gli operai devono quindi essere messi in condizione di poter condurre un’esistenza che non sia condizionata dalla legge del profitto e che non sia regolata unicamente dai principi del massimo profitto e dello sfruttamento. Le teorie sociali enunciate da Cantù nel Portafoglio d’un operajo sono un’intelligente e aggiornata rielaborazione clericale e moderata dei principi del ‘lavorismo’. Una rielaborazione, quella di Cantù, che sta alla base di gran parte dell’ideologia e della politica sociale di quegli anni.