|
Ogni
comunità può vantare di essere stata
illustrata da personaggi meritevoli di
ricordo per l’impegno profuso nel corso
della loro vita nell’applicazione
culturale, nella ricerca scientifica,
nell’attività filantropica, o
semplicemente per avere intrecciato la
propria esistenza con quella di uomini
di cultura che hanno lasciato un segno
profondo del loro passaggio.
Nel caso di Brivio noi possiamo
ricordare non pochi nomi che si sono
resi meritevoli della nostra memoria e
della nostra riconoscenza, da
Ignazio Cantù, fratello di Cesare, a
Teresa Borri vedova del conte Decio
Stampa e seconda moglie di Alessandro
Manzoni, a suor Maria Anna Sala,
oltre, ovviamente a Cesare Cantù,
del quale lo scorso anno cadeva il
bicentenario della nascita.
Ignazio
Cantù nacque a Brivio nel 1810 e
ricevette il nome di battesimo dal nonno
paterno. La fama del fratello Cesare,
che certo lo sopravanzava per cultura e
per vastità di interessi, ne oscurò il
nome e l’opera, tanto che di lui ben
pochi conoscono la vita e l’impegno
letterario. Addirittura molti dizionari
nemmeno lo citano e perfino
l’Enciclopedia Treccani ne parla
sommariamente. Eppure Ignazio fu, nel
panorama culturale italiano
dell’Ottocento se non un protagonista
certamente una figura di rilievo,
impegnata non solo nella narrativa, ma
anche nella ricostruzione di vicende
storiche, come dimostra una sua fatica,
ancor oggi interessante e ricca di
spunti, intitolata Le vicende della
Brianza
e dei paesi circonvicini, opera in due
volumi edita a Milano negli anni
1836/1837. Gli studi lo appassionavano e
leggendo le pagine da lui scritte noi
avvertiamo con quanta diligenza egli
narrava le vicende del passato, con una
messe davvero notevole di notizie e di
riferimenti che testimoniano di un
lavoro puntiglioso di ricerca e di esame
delle fonti. Un lavoro che è giusto
ricordare, benché oggi ingiustamente non
più citato, è la Vita di Tommaso
Grossi, il celebrato autore del
romanzo storico Marco Visconti,
intrinseco del Porta e del Manzoni e
poeta dialettale tra i migliori che il
Parnaso milanese dell’Ottocento possa
vantare. Se il romanzo più noto di
Ignazio Cantù è Il marchese Annibale
Perrone, apparso nel 1842, l’elenco
dei romanzi da lui dati alle stampe è
molto lungo, ancorché oggi completamente
dimenticati. Per citarne solo alcuni
possiamo ricordare Abisso e riscatto,
Scene domestiche per la lettura di
famiglia presentate da Ignazio Cantù;
Macario Spaccalancia: avventure di un
uomo di pace, Antonio de’ Landriani
capitano di ventura, scene storiche del
secolo XV e molti altri titoli che
concorrono a formare una bibliografia
degna di rispetto. Ma l’impegno
intellettuale di Ignazio non si fermava
alla stesura di romanzi storici. Si
occupò anche di giornalismo collaborando
alla Rivista Europea di cui massimo
curatore era suo fratello Cesare.
L’eclettismo che caratterizza tutto
l’impegno letterario di Cesare Cantù è
condiviso dal fratello Ignazio che cura
anche una Enciclopedia popolare o
collezione di letture amene ed utili ad
ogni persona, che vede la luce negli
anni fra il 1840 e il 1842. Abilitato
all’insegnamento, fu maestro elementare
in molti istituti privati e l’attenzione
al mondo della scuola sarà in lui sempre
costante. Nel 1857 fonda a Milano
L’Educatore lombardo, giornale del Pio
Istituto di mutuo soccorso dei maestri
di Lombardia, istituto del quale lo
stesso Ignazio Cantù fu presidente.
Attento anche ai problemi sociali nei
suoi scritti non manca di stigmatizzare
la fatica degli operai addetti a un
lavoro duro e ripetitivo negli insalubri
opifici del tempo, dipingendo invece con
accenti idillici il lavoro del contadino
nei campi, in questo riprendendo temi
già sviluppati un secolo prima dal
Parini e dimenticando quanto faticosa
fosse anche la vita dei lavoratori della
terra, ancorché il loro impegno si
svolgesse all’aria aperta e non in
ambienti fumosi, maleodoranti e con
ritmi di lavoro spesso disumani. Ma egli
era un uomo che avvertiva la forza dei
cambiamenti, del progresso sociale, il
ruolo determinante che le nuove
tecnologie avrebbero sempre di più
assolto nell’affrancare l’uomo dalla
schiavitù di un lavoro che lo abbrutiva
e gli impediva di elevarsi
culturalmente. Morì a Milano nel 1877,
diciotto anni prima del suo più celebre
fratello e il suo nome è oggi quasi
dimenticato. Ingiustamente, dobbiamo
dire, perché il suo impegno multiforme e
appassionato ci appare come uno dei più
emblematici, nel campo delle lettere,
fra quelli degli scrittori che a cavallo
fra Risorgimento e unificazione
nazionale hanno contribuito a costruire
l’immagine di un Paese nuovo, aperto al
futuro, inserito a pieno diritto nel
novero delle nazioni d’Europa.
Undici anni prima
di Ignazio Cantù, nel 1799, nasceva a
Brivio Teresa Borri, figlia del
nobile Cesare in quegli anni pretore in
paese e di Marianna figlia del conte
Giambattista Meda. La famiglia Borri non
era originaria di Brivio, ma di Milano.
Il caso volle che la secondogenita di
Cesare nascesse all’ombra del castello
di Brivio semplicemente perché in quegli
anni Cesare Borri ne era pretore.
Famiglia antica quella dei Borri benché
un poco decaduta nel corso delle ultime
generazioni. Possedeva una casa di
campagna a Corbetta, nel magentino, e
nel 1818 Giuseppe Borri, fratello
maggiore di Teresa, acquisterà da Carlo
Porta la bella villa di Torricella d’Arcellasco
nei pressi di Erba, dove Teresa stessa
trascorrerà molte villeggiature in
compagnia del figlio Stefano avuto dal
primo marito, il conte Decio Stefano
Stampa. Il rapporto di Teresa con il
borgo della sua nascita non sembra
essere stato mai molto stretto. Qui
nacque per caso e qui non sembra sia mai
tornata dopo il matrimonio. La Brianza
le era però cara e oltre alla villa di
Torricella, sappiamo che nell’infanzia
trascorreva molti periodi di
villeggiatura a Canzo, nella grande e
bella villa dei conti Meda, la famiglia
della madre. Il matrimonio con il conte
Stampa durò meno di due anni. Nel 1820 è
già vedova e con un figlio di poco più
di un anno. La vedovanza durerà
diciassette anni durante i quali si
dedica completamente all’educazione del
suo unico figlio, alla lettura, alle
pratiche religiose. Il 2 gennaio del
1837 Teresa si unisce in seconde nozze
con Alessandro Manzoni, vedovo anch’egli
da tre anni e padre di una nutrita
schiera di figli. Fautore di quest’unione
fu Tommaso Grossi, il grande amico di
Alessandro. Girava per Milano una frase
scherzosa all’epoca del secondo
matrimonio di don Alessandro: “Manzoni
ha attentato alla libertà della Stampa”.
Sarà un matrimonio accidentato, reso
problematico dalla personalità di donna
Teresa, che col passare degli anni
acuisce il suo temperamento bizzarro, le
sue apprensioni esagerate, la
convinzione di essere colpita da tutte
le malattie possibili ed immaginabili
che la portava a una ipocondria che
rendeva assai difficile la vita di
coloro che le stavano intorno. Venerava
il marito per il quale professava un
culto assoluto, arrivando a conservare
tutto ciò che le sue mani avevano
maneggiato, da un biglietto scritto
senza alcuna pretesa letteraria, al
bottone della sua giacca o ai biglietti
della comunione pasquale. ”La
sacerdotessa del gran Lama” veniva
chiamata a Milano. Al di là delle sue
bizzarrie e della fastidiosa ipocondria
(passò quasi tutta la vita a letto,
convinta di essere sempre sul punto di
morire), Teresa Borri amò profondamente
il Manzoni e la sua opera e molto di ciò
che si è conservato in fatto di cimeli
manzoniani lo dobbiamo alla sua
maniacale conservazione di tutto quello
che riguardava la vita, anche quella più
minuta e apparentemente insignificante,
del grande scrittore. Morì nel 1861, non
ancora vecchia, lasciando don Alessandro
vedovo per la seconda volta. Certo
Brivio ha solo dato i natali a questa
donna ricca di temperamento e di
bizzarria, eppure non possiamo non
rilevare come questo piccolo borgo
bagnato dall’Adda, fiume così
intimamente legato al Manzoni, si
intrecci con la vita di alcune persone
che al Manzoni sono state legate per
motivi diversi: Teresa Borri, sua
seconda moglie e Cesare Cantù la cui
personalità, la cui opera, la cui stessa
vita non possono essere disgiunte dalla
figura grandissima dell’autore dei
Promessi Sposi.
In questa che fu
la casa natale di Cesare Cantù,
vogliamo questa sera brevemente
ricordarne la figura e l’opera a poco
più di duecento anni dalla nascita,
anniversario che è stato degnamente
celebrato con una serie di iniziative
conclusesi con un convegno aperto a
Milano nella prestigiosa sede della
Società del Giardino e infine nella sala
consiliare del municipio di Brivio. A
distanza di due secoli la personalità di
Cesare Cantù, decantata dalle
incrostazioni di cui il tempo e le
debolezze dei contemporanei l’avevano
offuscata, relegandola in un ambito
secondario e non consono alla grandezza
dell’uomo, si impone alla nostra
attenzione per la vastità degli
interessi coltivati da questo schivo e
scomodo scrittore, storico e
giornalista, una delle figure che più
hanno caratterizzato l’eclettismo
culturale del secolo decimonono, ricco
di fermenti, di spinte rivoluzionarie,
di rinnovamento nei più diversi ambiti
dell’umano operare. Cesare Cantù nacque
in una famiglia della piccola borghesia
nel 1804. Da ragazzo portò, senza
nessuna vocazione, l’abito talare, come
allora usavano molti giovani di modesta
famiglia che potevano in tal modo
procurarsi un’istruzione. Lui stesso
scriverà che indossò la veste talare
perché questa era “l’unica veste che a
noi proletari facesse perdonare
l’arroganza di metterci agli studi come
i signori”. A 18 anni già insegna nei
licei di Sondrio prima e di Como poi. La
vocazione alla scrittura la coltiva fin
dagli anni della giovinezza e nel 1828
dà alle stampe un poemetto in ottava
rima L’Algiso. La poesia lo
attrae ma non è questa la disciplina
intellettuale nella quale darà miglior
prova del suo talento. La materia che
più lo affascina è la storia, crogiuolo
di avvenimenti, di grandezza e di
miseria che compongono il misterioso
destino degli uomini. Alla fine degli
anni ‘20 pubblica una Storia di Como
e sua Diocesi, un’opera che rompe
con la sussiegosa ed accademica prassi
narrativa degli storici per addivenire a
un racconto fresco, avvincente come un
romanzo, caratterizzato da
un’esposizione rapida ed immediata, tale
da interessare alla lettura anche chi
non ha particolari strumenti critici o
una preparazione storica adeguata. La
produzione di Cesare Cantù è, in termini
quantitativi, assolutamente
impressionante anche perché egli passa
con estrema naturalezza dal saggio
storico al romanzo, dalla poesia,
all’articolo giornalistico. Un poligrafo
nel vero senso della parola, di tutto
curioso, instancabile, polemista
indomito, fondatore di periodici,
insomma un operatore culturale avanti
lettera verso il quale si accaniranno le
gelosie e le insofferenze di chi
militava negli stessi campi pur non
potendo competere con l’inesausta
creatività di questo brianzolo cocciuto
e scostante, che sapeva proseguire per
la sua strada forte del proprio
carattere volitivo e di una
determinazione che gli consentiranno di
imporsi nella società milanese, e non
solo, del suo tempo e per tutto l’arco
della sua lunga vita interamente spesa
nello studio, nella fatica
intellettuale, nel duro lavoro del
ricercatore e dell’educatore, incurante
delle critiche, spesso aspre che gli
venivano da più parti rivolte, accuse di
approssimazione e di scarso
approfondimento, di corrività
giornalistica. E certamente Cesare Cantù
fu soprattutto un giornalista, con tutte
le qualità e con tutti i difetti del
giornalista, come la fretta,
l’approssimazione, cui si accompagnano
però lo spirito di osservazione, la
curiosità inesausta, la passione per la
polemica, la facilità di scrittura. La
produzione del Cantù è davvero
sterminata e difficile è ricostruire,
senza incorrere in omissioni,
l’imponente bibliografia che a lui fa
capo. Si possono citare fra i suoi primi
lavori La Guida del Lago di Como ed
alle Strade di Stelvio e Spluga,
La rivoluzione della Valtellina, che
sarà poi ripubblicato con il titolo più
conosciuto di Sacro Macello. Nel
1832 insegna al Ginnasio S. Alessandro
di Milano. Di quel periodo è un’opera
destinata a lasciare un’orma profonda
negli studi storici italiani: La
Lombardia nel secolo decimo settimo,
ragionamento per commento ai Promessi
Sposi. Il capolavoro manzoniano ha
visto la luce da pochi anni ed ha già
conquistato una popolarità che forse
nessun’altra opera letteraria precedente
aveva mai raggiunto. Cantù è tra i primi
a rendersi conto dell’importanza di
questa opera letteraria innovativa,
poderosa e fondata su reali vicende
storiche che si sono svolte anche qui
fra noi, nella Lombardia del secolo XVII.
Il romanzo storico sta avendo in Europa
un successo straordinario legato
soprattutto all’epopea di Walter Scott.
In Italia Manzoni inaugura questo filone
che tanto successo avrà
negli scrittori contemporanei e basti
ricordare l’Ettore Fieramosca del
D’Azeglio, il Marco Visconti del
Grossi o la stessa Margherita
Pusterla del Cantù. La
Lombardia nel secolo decimo settimo attira
sul suo autore molte critiche per
l’incompiutezza dei dati storici e per
il loro travisamento, critiche che gli
storici accademici spesso rivolgeranno
all’autore di Brivio e non credo che
sempre esse fossero fondate e non
piuttosto dettate da malanimo nei
confronti di uno scrittore che invadeva
il campo degli studiosi accreditati.
D’altro canto il Cantù non era andato
alle fonti, ossia non aveva letto i
documenti ma soltanto ciò che di quel
periodo avevano scritto gli storici del
passato. Incarcerato dall’Austria perché
ritenuto d’idee liberali e accusato di
aver congiurato contro l’ordine
stabilito, il Cantù mise a profitto il
tempo trascorso in carcere scrivendo il
suo romanzo storico più noto,
Margherita Pusterla che solo nel
1838 potrà essere pubblicato perché
colpito dalla censura. Aveva nel
raccontare la capacità di rendere vivi e
credibili i personaggi cui dava vita
sulle pagine dei suoi volumi e sembra
anche che nei poveri perseguitati ed
offesi del romanzo egli tratteggiasse se
stesso, ingiustamente condannato e
umiliato dalle autorità governative che
per ben undici mesi lo avevano privato
della libertà. Sapeva toccare le corde
più sensibili del lettore, dando vita a
uno scenario di grande suggestione,
dipingendo gli avvenimenti con
straordinario realismo, quel realismo
che era d’altro canto caratteristica
precipua di tutto il movimento romantico
che proprio in quegli anni si affermava
nella cultura e nella letteratura
italiana. L’attenzione verso gli umili e
verso il popolo, altra fondamentale
connotazione del movimento romantico che
in Porta prima e in Manzoni dopo aveva
trovato i suoi massimi esponenti, fu una
costante nella produzione di Cesare
Cantù. Nel 1836 aveva pubblicato
Carlambrogio di Montevecchia,
il Galantuomo nel 1837, Il buon
fanciullo ancora nel 1837, opera
quest’ultima che ci conferma anche la
vocazione pedagogica di Cantù, il suo
voler essere educatore della gioventù,
un aspetto basilare del suo impegno di
scrittore e di uomo di cultura. Ma in
quegli stessi anni egli dà inizio alla
pubblicazione di un’opera poderosa,
quella
Storia Universale che si concluderà con il
trentunesimo volume nel 1846. Mai
nessuno prima del Cantù aveva concepito
un lavoro tanto impegnativo nell’ambito
della storia dell’uomo. Scriveva nella
introduzione, fra l’altro, che “non
credo che la storia possa proporsi più
degno scopo che d’infondere operosa
affezione pei deboli, sommessione
decorosa ai potenti, amore per l’ordine
sociale, venerazione per la provvidenza,
assodando il concetto morale per cui
l’uomo sentasi una destinazione sociale
e l’obbligo di recare tributo d’amore,
d’intelligenza, di opere al
miglioramento dei fratelli e al
progresso dell’intera umanità”. Parole
alte e nobili che ci rivelano la statura
morale di uno scrittore, di un uomo di
cultura che ha lasciato una traccia
profonda nella società italiana del
secolo diciannovesimo, quel secolo che
egli attraversò quasi per intero con una
coerenza esemplare e con la
consapevolezza di porsi sempre e
comunque al servizio della conoscenza,
senza indulgere mai al compromesso,
senza deflettere dai dettati che la sua
coscienza gli imponeva. Anche nel caso
della Storia Universale le
critiche furono molte e aspre. Lo si
accusò di plagio e addirittura di avere
scritto una storia antitaliana. Così
infatti si espresse un critico,
sostenendo che la sua ricostruzione dei
fatti era “fondata sopra principi
retrogradi, riprovati da tutti i sommi
geni di cui si onora l’Italia, da Dante
fino al secolo XIX”. Eppure i libri di
Cesare Cantù incontravano il favore dei
lettori, forse proprio perché non
paludati, accademici, come molte delle
opere storiche del tempo riservate agli
addetti ai lavori. La sua grande
intuizione fu proprio quella di scrivere
compendi alla portata di chi, pur non
sorretto da una preparazione culturale
adeguata, grazie ai libri del Cantù
riusciva ad avvicinarsi a testi
altri-menti preclusi, riusciva ad
appassionarsi alla storia narrata con
semplicità, forse eccessiva, può darsi,
forse inficiata da un non sorvegliato
controllo delle fonti, ma arrivando in
tal modo a comprendere le tappe
fondamentali della storia dell’uomo, gli
avvenimenti che avevano condizionato nel
bene e nel male le generazioni che
questa storia avevano scritto con il
sangue, con il sacrificio, con la carità
verso i fratelli, o viceversa, con la
sottomissione violenta, il sopruso, la
forza prevaricatrice. A pochi mesi
dall’insurrezione milanese delle Cinque
Giornate, la polizia austriaca circonda
la casa del Cantù a Milano per
arrestarlo. Pochi mesi prima, infatti, a
Venezia, egli aveva tenuto una relazione
sulle ferrovie attaccando il governo
austriaco e auspicando l’unificazione
degli Stati italiani. Avvertito in
tempo, egli ripara a Torino e solo dopo
il felice epilogo delle Cinque Giornate
farà rientro a Milano e qui si attirerà
nuove critiche per la sua nomina a
segretario
dell’Istituto lombardo. Certo egli non
si espose come altri patrioti negli anni
della lotta clandestina contro l’Austria
e forse non assunse mai una posizione
decisa, a rischio della sua stessa
libertà. Eppure nel riscatto della
Nazione egli credeva sinceramente anche
se le sue posizioni non collimavano
perfettamente
con quelle dei patrioti più accesi e
intransigenti. Era un moderato, non
certo un estremista, ma nei suoi scritti
egli sempre ricordò la condivisione
degli ideali risorgimentali per i quali,
dopotutto, aveva anche patito il duro
carcere del governo austriaco. Avvenuta
l’unificazione nazionale, Cantù dà
inizio al suo impegno politico con
l’elezione a deputato al Parlamento, il
che gli attirò nuove aspre critiche.
Passava per papista, per cattolico
intransigente e reazionario ed era
perciò avversato da chi, in quel momento
di dura contrapposizione fra Stato e
Chiesa, vedeva in lui il rappresentante
di un clericalismo oscurantista, nemico
dell’unità nazionale e dei valori
liberali che erano stati alla base della
riscossa risorgimentale. Ma in
parlamento egli certo non tace. Prende
posizione netta contro le esecuzioni
sommarie nel Mezzogiorno, contro il
colonialismo francese dell’Indocina e si
batte affinché non venga impedito al
clero di svolgere la sua missione così
come si oppone alla soppressione degli
ordini religiosi con il conseguente
incameramento da parte dello Stato di
tutti i loro beni fondiari. Ma la sua
vera vocazione non è certo quella del
politico. Riprende a scrivere con sempre
maggiore lena dopo aver lasciato gli
impegni parlamentari e si dedica alle
biografie di Parini, di Monti, di
Beccaria. Nel frattempo è nominato
direttore dell’Archivio di Stato di
Milano, un incarico che seppe svolgere
con intelligenza e totale dedizione
senza usare di quell’ufficio per
dedicarsi ai suoi studi privati, come
era costume diffuso in quel tempo da
parte di molti dipendenti dello Stato.
Certo nulla faceva per accattivarsi le
simpatie di coloro che entravano in
contatto con lui. Scrive Marino Berengo
che “spiacere a tutti era una testarda
vocazione del Cantù”; c’è forse
dell’esagerazione in questo giudizio, ma
certo l’uomo era difficile, poco
socievole, chiuso a volte in uno
sdegnoso isolamento, forse dava
l’impressione di una superbia
intelletuale che era solo incapacità di
comunicare serenamente con gli altri. Un
ritratto impietoso ed ingiusto ce ne ha
lasciato Benedetto Croce: “fu giudicato
un reazionario in maschera di liberale,
e forse non fu neanche questo, ma
semplicemente uno spirito vanitoso,
iroso, puntiglioso, bisbetico, che
odiava tutto ciò che era vivo e
presente”. Ci sembrano parole faziose,
non ponderate, dettate da pregiudizi e
falsate da una negativa considerazione
che dell’uomo e dello scrittore ebbero i
suoi contemporanei, certo non poco
ostili nei confronti di un letterato non
ricco di simpatia umana, ma depositario
di una cultura enciclopedica, attento ai
fermenti e alle nuove istanze che
provenivano dal mondo delle lettere, non
solo di casa nostra. ”Come tacere”, ha
scritto di lui Gianfranco Bianchi “il
costante interesse per il divenire e
l’organizzazione della cultura che fa
grande l’erudito poligrafo Cesare Cantù,
uomo dalle cinquecento opere che ha
immesso la piccola borghesia cattolica
italiana negli spazi della “Storia
Universale”, soddisfacendo curiosità e
ambizioni, portando fra le domestiche
mura costumi, fatti, immagini,
lette-ratura, soddisfacendo in tal modo
a esigenze che persistono ancora oggi
che la pubblicazione a dispense e le
trasmissioni televisive soddisfano a
domicilio?”. Una decina d’anni dopo la
morte del Cantù, la casa editrice
Agnelli di Milano, nel presentare la
sesta edizione di “Buon senso e buon
cuore: conferenze popolari di Cesare
Cantù”, si rifà alla massima di Cesare
Balbo: “finché i libri non si fanno
leggere da donne e da giovani non
eruditi, è vano e stolto sperare effetto
dai libri”. E poi aggiungeva: “A quelli
di Cesare Cantù toccò la sorte di andare
appunto nelle mani dei giovani, delle
donne, del popolo. Non vi è donna che
non conosca la Margherita Pusterla, la
Madonna d’Imbevera, la Povera Menica, la
Setaiuola, i Racconti alla buona. Non vi
è quasi uomo che nelle scuole non si sia
educato sul Buon Fanciullo, il
Giovinetto, il Galantuomo, il
Carlambrogio da Montevecchia”. Insomma
il Cantù è uno scrittore, un pensatore,
uno storico con il quale si devono fare
i conti ogni qualvolta si voglia
prendere in considerazione il paesaggio
culturale dell’Italia tanto preunitaria
che postunitaria; la sua personalità è
di quelle che si impongono al di là di
ogni pur ragionevole critica al suo
multiforme operare, tanto il suo
contributo ci appare determinante per la
crescita civile, culturale e morale
della nazione. Nello sterminato catalogo
delle sue opere, non è possibile
dimenticare quella ancor oggi forse più
popolare, realizzata negli anni ‘50
dell’Ottocento con l’aiuto di un’équipe
nutritissima di collaboratori, quella
“Illustrazione del Lombardo Veneto” che
può essere considerata una guida
turistica ante litteram, una fatica di
grande respiro in più volumi in cui sono
descritti i paesi, le ville, le bellezze
naturali, la storia, i personaggi delle
due regioni allora sotto il dominio
austriaco, pagine che si leggono ancora
oggi con diletto, arricchite da eleganti
incisioni. Un monumento editoriale cui
più di qualsiasi altra fatica letteraria
è legato oggi il nome del Cantù, di cui
sarà almeno da ricordare la
collaborazione alla “Rivista Europea”,
fondata da Giacinto Battaglia ma della
quale egli sarà l’anima vera e il
direttore effettivo. La rivista durerà
fino al 1848 e rappresenta una pietra
miliare nel campo del giornalismo
italiano di quei tempi. E’ certamente
un’ingiustizia che di un simile uomo si
sia lasciata cadere nell’oblio la figura
e l’opera non appena la sua vita arrivò
a conclusione, nel 1895, centodieci anni
or sono. Personalità di statura non
paragonabile alla sua sono ancora ben
vive nella storiografia e nella memoria
collettiva, anche solo per aver loro
dedicato istituti culturali, scuole, vie
o piazze d’Italia, dedicazioni che sono
invece mancate, tranne eccezioni, allo
scrittore di Brivio. La grande
personalità di Alessandro Manzoni non
poteva non attrarlo. E infatti nel 1828
gli scrive una lettera con la quale gli
chiede l’autorizzazione a dedicargli la
novella Algiso con queste parole: “ad
Alessandro Manzoni poeta della patria e
della virtù in segno di ammirazione
dedica l’Autore”. Da Brusuglio don
Alessandro gli risponde con parole
garbate ma ferme, rifiutando l’offerta
della dedica, come era di norma solito
fare in casi analoghi. “Piaccia dunque
deporre, con quell’amico animo con che
l’ha concepito, il troppo degnevole
pensiero; e mi permetta ch’io possa
godere, col cuor quieto e senza
arrossire, il piacere di leggere la
novella ch’Ella promette”. Questa prima
presa di contatto permise al giovane
scrittore briviese, insegnante nel
ginnasio di Como, di allaccciare un
rapporto col Manzoni che poté incontrare
solo dopo che l’autore dei Promessi
Sposi “ebbe la pazienza di leggere
l’Algiso insieme col Grossi”, come ci
dice lo stesso Cantù in quel bellissimo
libro dal titolo Reminiscenze,
pubblicato nel 1882 e nel quale
tratteggia un intenso ritratto del
Manzoni, peraltro assai criticato dagli
avversari del Cantù che lo accusavano di
avere enfatizzato il suo rapporto con
don Alessandro per mettere in luce se
stesso e addirittura di aver
contrabbandato per lettere inviategli
dal Manzoni delle semplici conversazioni
avvenute fra loro. Quel che è certo è
che i rapporti fra i due grandi lombardi
si guastarono di lì a non molti anni e
le ragioni non sono del tutto note.
Sembra che donna Giulia, la madre del
Manzoni non avesse in simpatia il Cantù
che lei accusava di sfruttare l’amicizia
col figlio per rubargli idee. E’ ben
nota l’influenza di donna Giulia sul
figlio e forse l’antipatia che lei
provava nei confronti di questo giovane
e secondo lei, non disinteressato amico,
indusse il Manzoni a troncare i suoi
rapporti con il giovane scrittore. C’è
una testimonianza di Enrico Manzoni,
allora ventenne, figlio di don
Alessandro che sembra illuminarci sui
sentimenti di quest’ultimo nei confronti
del Cantù: “Annunziatogli il Cantù
mentre questi entrava nel suo studio, ei
non ismise di leggere un giornale, ed
alzandosi, col giornale sempre spiegato
tra le mani e in atto di seguitare a
leggerlo, uscì dallo studio e non vi
rientrò più”. Ma c’è un’altra ragione,
forse ben più determinante, alla base
del raffreddamento dei rapporti fra i
due. E’noto che il Cantù aveva
intrecciato una relazione con donna
Antonietta Beccaria, zia acquisita del
Manzoni, ancorché più giovane di lui.
Aveva sposato infatti Giulio Beccaria,
fratellastro di sua madre. Da questa
relazione erano addirittura nate due
figlie ed è evidente come tutto ciò non
potesse garbare a un uomo di indiscussa
dirittura morale quale era il Manzoni.
Eppure il Manzoni aveva tenuto in grande
considerazione il Cantù scrittore e
storico. Quando nel 1832 questi gli
invia una copia della sua Storia della
città e della Diocesi di Como, il
Manzoni gli risponde con accenti di
sincero apprezzamento e noi sappiamo che
il Gran Lombardo non era incline
all’adulazione né tantomeno a dire cose
che non pensava. Piuttosto, taceva come
molto spesso gli capitava quando gli
venivano sottoposte fatiche letterarie
di poco o nessun conto. Gli scrive
dunque il Manzoni: “Se appunto non
temessi di avere aria di proferir
sentenze, mentre non vorrei che
esprimere un sentimento, direi parermi
ch’Ella abbia saputo mirabilmente
approfittare dei vantaggi che pure
hanno, e non così pochi né leggieri,
codeste storie municipali: come, per
accennarne uno, quello di rappresentare
per lati nuovi cose conosciute,
descrivendo i modi e le conseguenze, in
una parte circoscritta, di avvenimenti
celebri”. E conclude con queste parole
davvero lusinghiere: “Ma io non so
quando finirei, se volessi raccontarle
tutte le impressioni che ho ricevuto dal
suo bel libro”. Un rapporto com-plesso,
dunque, quello fra questi due grandi
lombardi, due spiriti elevati, due
personalità indubbiamente molto diverse
ma le cui strade era giocoforza avessero
a incontrarsi. Molte cose le univano,
molte le dividevano. La fede intemerata,
innanzitutto, che permeava la loro vita
e la loro opera, pur nel differente modo
di viverla; tormentata nel Manzoni,
problematica e sofferta; più
tradizionale, forse, nel Cantù, ma
robusta e profondamente vissuta.
L’olimpico distacco del Manzoni dalle
cose del mondo, l’astensione da giudizi
definitori sull’operato delle persone
con cui entrava in contatto, il suo
negarsi discreto ma risoluto agli
impegni e alle incombenze della
notorietà, e invece il coinvolgimento
molto più combattivo nell’agone
politico, letterario, sociale del Cantù,
la sua partecipazione diretta, polemica
e mai rinunciataria alle battaglie della
vita, schierandosi coraggiosamente ma
anche a proprio scapito dalla parte che
riteneva più consonante con le sue
convinzioni religiose, con il suo credo
politico, con la sua visione della
società. Un uomo che ha lasciato un’orma
indelebile del suo passaggio, una
personalità contraddittoria forse, ma
che si staglia nel panorama culturale
del secolo decimonono con un profilo di
assoluta grandezza. A centodieci anni
dalla scomparsa, la figura e l’opera di
Cesare Cantù emergono dalle vicende dei
tempi in cui visse con una maggiore
pacatezza di giudizio, con un
riconoscimento doveroso dei meriti
dell’uomo e dello scrittore, un
intellettuale che ha onorato la cultura
italiana, un figlio di questa terra
brianzola, generosa e schiva come lui.
Mi piace concludere questa breve
rievocazione con alcune parole che ben
delineano la figura del Cantù, scritte
dal milanese Gaetano Negri, uomo
politico, scrittore e storico,
all’indomani della morte dello
scrittore: “L’omaggio concorde che gli è
reso da tutta la nazione, l’unanimità
del rimpianto e della lode ci dicono che
Cesare Cantù appartiene a quella classe
di uomini grandi che, malgrado i loro
errori e le loro passioni, hanno diritto
ad una gratitudine intiera e senza
reticenza, simile al sole che ci
benefica con i suoi torrenti di luce e
di calore, eppur anche il sole ha le sue
macchie nere; ma chi le vede?
|