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Franco Della Peruta
(Università di
Milano)
Le relazioni tra Cesare Cantù e Federico Sclopis
Oggetto della relazione sono le tematiche e il valore complessivo del
carteggio (1842-1877) tra Cesare Cantù e Federico Sclopis. Uomo
di cultura e personaggio politico, il torinese Sclopis entrò
nella magistratura sabauda negli anni ‘40 e compì il cursus honorum sino a diventare senatore nel 1848.
Il carteggio tra i due pone a confronto da un lato un Cantù
reduce dai richiami al patriottismo presenti nei suoi scritti dal
‘28 agli anni ‘30 (si pensi ad
Algiso o
la lega lombarda, la
Storia di Como, il Ragionamento sulla Lombardia, la
Lettera sul romanzo storico)
e dall’esperienza carceraria per sospetti legami con la Giovine
Italia; dall’altro uno Sclopis che, dopo aver simpatizzato per i
liberali durante la rivoluzione del ‘21 senza parteciparvi
attivamente, aveva trovato la sua collocazione entro le maglie della
politica sabauda. Il Prof. Della Peruta mette acutamente in evidenza
l’ampia rosa di tematiche che caratterizzano il carteggio, come
le riflessioni politiche del Cantù (occasionate dal pretesto
dell’omonimia del suo corrispondente) sulla legittimità di
re Federico II e, negli anni post-unitari, sulla sorte della Chiesa.
Cantù non mancò neppure di comunicare allo Sclopis le sue
riflessioni amare sulla situazione difficile degli autori, preda dei
loro editori; cui si aggiungono anche riflessioni generali sulla
situazione scolastica e sul bisogno di docenti in grado di trasmettere
buone nozioni e valori agli studenti. Dallo scambio epistolare emerge
la stima reciproca di due personaggi che, l’uno
dall’interno del Regno sabaudo, l’altro dal di fuori,
assistono con spirito critico al rapido mutare della realtà
sociale e politica e al formarsi dello Stato unitario.
Nicola Raponi
(Università
Cattolica)
Il risveglio degli studi storici negli ultimi decenni dell’Ottocento: Cesare Cantù e la Società Storica
Lombarda
Il Prof. Raponi indaga i motivi dello sviluppo e del successo della
Società Storica Lombarda, per la cui costituzione Cesare
Cantù giocò un ruolo di assoluto primo piano.
L’indagine prende le mosse dalle esigenze, sentite in particolare
in ambito regionale lombardo, di emanciparsi dalla Regia Deputazione di
Storia istituita da Carlo Alberto e successivamente estesa alle
provincie con anche una sezione lombarda. L’impronta
dinastico-sabauda della Deputazione albertina andava stretta alla
nutrita cerchia di storici lombardi, che avevano forze sufficienti per
costituire, come fecero, un sodalizio fondato sulla libera
associazione. Tale sodalizio venne favorito dalla politica adottata
dalla destra storica, che, impossibilitata a finanziare in modo
adeguato gli sudi storici locali, incoraggiò la libera
iniziativa e l’auto-organizzazione. Cantù fu fondamentale
per la vita e la crescita della Società Storica Lombarda in
quanto il 1873, anno in cui assunse la direzione dell’Archivio di
Stato di Milano – sorta di compenso per un’impossibile
elezione a senatore – è lo stesso anno in cui prese avvio
la pubblicazione del bollettino della Società Storica Lombarda:
l’Archivio Storico Lombardo.
Proprio Cantù diede le direttive essenziali e promosse la
pubblicazione del periodico del quale curò l’articolo
introduttivo, fornendo ai lettori un programma d’intenti
improntato alla modestia e alla prudenza. Ben presto l’Archivio Storico Lombardo
si segnalò per ampiezza e originalità di contributi,
grazie alla collaborazione sia di giovani studiosi sia di storici
affermati. Persino il Croce, spesso severo nel suo giudizio su
Cantù, ebbe parole di elogio per l’apporto essenziale dato
dal Nostro agli studi storici lombardi.
Maria Luisa Betri (Università di
Milano)
Cantù e i Congressi degli Scienziati italiani.
La relazione mette in luce il contributo del Cantù ai Congressi
degli Scienziati, che si tennero, annualmente e per nove anni
consecutivi, dal 1839 e videro la partecipazione di Cantù in
cinque occasioni con interventi in merito a un tema fortemente sentito
dal Nostro: la situazione del mercato librario e la condizione degli
autori. L’indagine sulle impressioni e sui contributi di
Cantù ai Congressi è stata possibile anche grazie alla
preziosa fonte di alcuni taccuini d’appunti ora conservati nella
Biblioteca Ambrosiana. L’Autore si serviva di questi taccuini per
annotare le proprie impressioni circa i luoghi visitati negli anni
‘40, anni di intensa attività scrittoria del Cantù,
intento alla stesura della
Storia Universale,
ma nondimeno anni dedicati anche ai viaggi, alcuni dei quali nelle
città sede di Congresso. Particolare rilievo ebbe il suo
intervento in occasione del Congresso di Milano del 1844, nel quale si
pronunciò all’insegna della moderazione di fronte alla
visione catastrofica della situazione del mercato librario e alla
proposta di Pomba, largamente accolta, di istituire a Livorno un
“emporio del libro”. Ancora più significativo il non
facile incarico affidatogli di stendere una Guida di Milano e
dintorni, pensata per essere distribuita come omaggio.
L’accettazione di questo impegno comportò per Cantù
l’attenta e cauta riflessione sul modo di conciliare le diverse
tendenze editoriali emerse dal Congresso. Altro contributo del
Cantù si ebbe ai congressi di Genova (1846) e di Venezia (1847),
ove espose il suo pensiero in merito alla costruzione della rete
ferroviaria in Italia, auspicando che gli interessi politici non
minassero il progetto di una ferrovia in grado di unire realmente
l’intera penisola, che poteva dirsi ‘una’ - a parere
del Nostro - sotto ogni punto di vista (linguistico, religioso,
culturale) eccetto che politico.
Lorenzo Caratti di Valfrei ( Società Storica
Lombarda)
La genealogia di Cesare Cantù
L’intervento mette preliminarmente in rilievo il valore della
genealogia come scienza autonoma, non ridotta perciò a mero
strumento delle discipline storiche, ma piuttosto a esse preliminare.
La genealogia infatti, ricostruendo la famiglia di una
personalità, permette di fornire l’ossatura al lavoro
dello storico, in quanto garantisce di stabilire il milieu sociale culturale
entro il quale si formò il personaggio in esame. Per la
ricostruzione genealogica della famiglia del Cantù, lo spunto
alla ricerca è la verifica della veridicità
dell’asserzione del Cantù di essere “un uomo del
popolo”. Svolta su registri di battesimo, matrimonio, morte e
stato delle anime presenti nella parrocchia di Brivio e in diverse
parrocchie milanesi, la ricostruzione genealogica attesta che per
almeno sette generazioni, quindi sin dal ‘500, la famiglia di
Cantù può dirsi autenticamente briviese. L’indagine
ha inoltre portato alla luce alcune curiosità e
peculiarità della famiglia Cantù, a partire dal cognome,
che si stabilizza nella forma attualmente nota verso la fine del
‘700, presentando in precedenza un’oscillazione tra le
letture ‘Canturio’ e ‘Canturello’. Sempre per
quanto riguarda il nome, è stata rilevata un’anomalia
rispetto all’uso corrente, cioè la presenza, nelle sette
generazioni precedenti a Cesare Cantù (per un totale di 51
persone), di almeno 30 nomi di battesimo diversi, a dimostrazione che
non vi era la consuetudine di un ‘nome di famiglia’. Ultimo
significativo dato, per dare risposta al quesito iniziale, è il
rilevamento della presenza di un nome distintivo per ogni membro della
famiglia Cantù (‘Signore’, ‘Messere’,
‘Madonna’), nonché l’accertamento della
presenza di servitori nelle famiglie degli antenati di Cantù.
Questi ultimi dati confermano che la famiglia Cantù non
può affatto definirsi ‘popolare’. Del resto
l’affermazione di Cantù di essere “uomo del
popolo” potrebbe essere ‘in buona fede’, in quanto
egli ebbe presente solo la condizione economica della generazione del
nonno del padre, che avevano notevolmente abbassato, con dissesti
finanziari, il livello economico della famiglia.
Franco Buzzi
(Biblioteca Ambrosiana)
Tra storia e filosofia: l’epistolario Cantù-Rosmini
Le circa 50 lettere scambiate tra Cantù e Rosmini negli anni
1837-54 rivelano una profonda amicizia e stima tra i due, evidente per
le richieste di collaborazione e il frequente scambio d’opinioni.
Si pensi anzitutto alla segnalazione di Cantù all’amico
del manuale di filosofia del Tennemann, allora in uso, che riporta,
fraintendendolo, il pensiero di Rosmini. É questa
l’occasione per uno scambio di opinioni in merito al modo spesso
dozzinale in cui si pretende di riassumere ed esporre il pensiero
filosofico altrui. Altri dati significativi permettono di cogliere la
stima e la collaborazione tra i due: da un lato Rosmini chiede aiuto
per la pubblicazione di un libretto sulla filosofia del sensista
Cousin, pubblicazione che si concretizza nelle pagine dell’Indicatore
proprio grazie alla mediazione di Cantù. D’altra parte lo
stesso Cantù rivela la sua alta considerazione per il pensiero
di Rosmini nel sottoporgli l’Introduzione alla sua
Storia Universale
e chiedendone un giudizio. Rosmini, pur lodando l’immane lavoro
del Nostro come monumento di letteratura italiana, non nasconde alcune
riserve circa il ruolo assegnato da Cantù alla religione
cristiana. Di pari onestà intellettuale la replica del
Cantù: ringrazia Rosmini delle sue sincere considerazioni, ma
non ne accetta in tutto le critiche. Con la stesura della
Storia Universale
si infittisce anche la collaborazione tra i due: Cantù propone a
Rosmini di scrivere un’introduzione per un’antologia di
autori, nonché alcune considerazioni sulla filosofia orientale;
il tutto per un volume di filosofia incluso nella
Storia Universale.
Pur dichiarandosi felice che l’amico intraprenda la stesura di
una sezione filosofica, Rosmini ricusa l’offerta indicando con
chiarezza le ragioni teoriche del suo rifiuto: l’inadeguatezza
dello spazio di un’introduzione per una esposizione chiara e al
riparo di fraintendimenti, e le difficoltà di trattare la
filosofia orientale in quanto priva di ragionamento, cosa che impedisce
al Rosmini di considerarla filosofia a pieno titolo. Rosmini non
ricuserà però la successiva proposta di Cantù: la
stesura di un compendio di filosofia, sempre per la
Storia Universale. Da ultimo la densità del rapporto intellettuale tra i due si rivela nello scambio reciproco dei primi fascicoli della
Storia degli Italiani di Cantù e della
Logica
di Rosmini. Ma l’epistolario rivela anche le trame di
un’amicizia che coinvolge due grandi del panorama culturale,
Tommaseo e Manzoni. È Cantù infatti a mettere al corrente
Rosmini del matrimonio delle figlie di Manzoni e a suggerirgli la
lettura delle Memorie del Tommaseo,
nelle quali si dedicano a Rosmini parole di alta considerazione.
Amicizia e affetto personale completano dunque una profonda e sincera
stima intellettuale.
Giorgio Montecchi
(Università di
Milano)
Gli interessi e le ansie di uno storico: i libri di
Cesare Cantù presso l’Università degli studi di Milano
La relazione prende le mosse dal concetto di ‘monumento’.
Numerosi sono i monumenti innalzati nell’800 a personaggi allora
famosi, ma nessun monumento a Cesare Cantù. Ciò
perché egli fu un vero e proprio monumento vivente, dal momento
che gli furono dedicate, mentre ancora era in vita, scuole, biblioteche
e istituti. La ‘monumentalità’ del Cantù non
fu semplicemente quella della sua persona, egli costruì a se
stesso un vero e proprio ‘monumento di carta’ quando
portò a termine la lunga fatica della sua
Storia Universale.
Questo ‘monumento di carta’ non è privo del plauso
degli entusiasti né delle critiche dei detrattori: da un lato
infatti Busnelli tesse l’elogio altisonante di un Cantù
già ottuagenario, dall’altro il Croce con sarcasmo
definisce la
Storia Universale
“un mobile di casa”, “un quadro di natura
morta”. I monumenti cartacei del Cantù non sono dati solo
dalla sua
Storia Universale,
ma anche dall’insieme delle sue opere (un cospicuo gruppo di
scritti che arriva sino a 500 titoli) nonché dai libri della sua
biblioteca, circa 2500 testi ora pervenuti all’Università
degli Studi di Milano. L’analisi e lo studio della biblioteca del
Cantù, al di là delle difficoltà di carattere
tecnico, relative alle scelte metodologiche per la catalogazione, si
rivela di grande interesse per cogliere l’orizzonte culturale del
Nostro, capire quali fossero i suoi interessi e soprattutto quali i
suoi punti di riferimento. Emerge ad esempio, nell’analisi in
parallelo della biblioteca di Cantù da una parte e delle opere
da lui composte dall’altra, la prova di un’attenta
assimilazione e riuso del materiale a sua disposizione tanto che si
può quasi individuare, per ogni libro della biblioteca di Cesare
Cantù, un libro corrispondente da lui scritto che testimonia un
processo di riflessione, assimilazione e rielaborazione.
Marco Ballarini (Biblioteca
Ambrosiana)
Cantù-Ceriani: un epistolario ‘di servizio’?
L’interrogativo che titola l’intervento di Mons. Ballarini
non è una mera domanda retorica, ma una vera e propria ipotesi
di lavoro. Difficile infatti stabilire la natura del carteggio tra
Cantù e Ceriani, che risulta ‘terremotato’ a motivo
dell’assidua frequentazione – di fatto quotidiana –
dei due corrispondenti. Questa stretta frequentazione fa sì che
il carteggio stesso poggi su uno scambio di informazioni e di richieste
orale, non più recuperabile e quindi spesso di difficile
ricostruzione, in quanto dato per sottinteso nelle lettere stesse. In
questa frammentarietà di informazioni lo studio si propone di
mettere in luce la natura del rapporto che univa il Nostro e un uomo di
vasta cultura come il Ceriani, esperto di lingue orientali, con
particolare predilezione per gli studi siriaci. Ceriani fu custode per
52 anni del Catalogo della Biblioteca Ambrosiana e soprattutto si
occupò personalmente della stesura dei Monumenta Sacra et Profana,
opera pensata come prodotto collettivo dei Dottori
dell’Ambrosiana ma di fatto curata in massima parte dal Ceriani.
Molte delle carte hanno come oggetto una convocazione (ad es. il
Ceriani fu convocato come Professore per gli esami di paleografia di
Stato); qualora queste comunicazioni avvengano a nome della carica che
Cantù e il Ceriani ricoprivano, il tono della missiva si fa
decisamente formale, per tornare più informale e talvolta
scherzoso nelle comunicazioni private e confidenziali. Lo dimostra
l’uso di una formula d’esordio estremamente lusinghiera da
parte di Cantù, che fa precedere le proprie richieste al Ceriani
dall’espressione “Ella che sa tutto”, alla quale, in
occasione della restituzione al Cantù di una poesia a lui
sconosciuta, scherzosamente Ceriani rispose: “vede che non so
tutto?” per concludere in modo faceto e sentenzioso insieme
dichiarandosi pronto a dare tutto ciò che sa – eccetto il
catechismo – per sapere tutto ciò che non sa!
L’epistolario in definitiva rivela da un lato la
complessità e la profondità di un rapporto di
consuetudine e ammirazione per le rispettive competenze professionali,
dall’altro evidenzia l’interesse di Cantù per le
lingue orientali, sulle quali chiedeva spesso informazioni al Ceriani
stesso nonché agli altri Dottori dell’Ambrosiana.
Alessandro De Servi (Università
dell’Insubria)
Il pensiero politico di Cesare Cantù
L’intera riflessione politica di Cantù fa perno su un
principio fondante: il ‘giusto ordine’; ciò
significa che il Nostro vede nella struttura gerarchica della
società l’ossatura indispensabile alla stabilità
sociale. A questo principio fondativo si somma una concezione
dell’incidenza della religione nella storia che gli fa
interpretare il suo ruolo di storico quasi come un sacerdozio laico.
Contro ogni forma di socialismo e di statalismo, Cantù ritiene
la ‘legge’ uno strumento necessario solo nel momento in cui
l’uomo non è più in grado di seguire, da solo, i
dettami della religione. Per questo motivo è ostile a tutti i
processi storici che hanno lasciato l’uomo a fare i conti con una
libertà che è incapace di gestire, col rischio di
sfociare nell’anarchia. Questa è la motivazione alla base
della sua accusa alla Rivoluzione francese, che ha dato agli uomini un
principio di uguaglianza senza la maturità e i mezzi per
gestirlo. Ed è anche il motivo per cui deplora e contrasta ogni
mutamento politico sorto da rivoluzioni e cospirazioni, ritenendo
invece che solo i lenti e pacifici mutamenti possono migliorare un
sistema di governo. La sua posizione politica può definirsi solo
apparentemente liberale, perché di fatto si discosta dal
pensiero liberale sia nella concezione dello Stato che in quella della
libertà del singolo: il governo infatti deve svolgere una
funzione di guida e direzione, e ciò vale nonostante
l’affermazione apparentemente liberale che ‘il governo
migliore è quello che governa meno’; Cantù è
anzi favorevole a un corporativismo di matrice cristiana, come
strumento adatto a riorganizzare le istituzioni politiche cancellate
dai moti rivoluzionari. Anche la sua idea di libertà individuale
rientra in quest’ottica: il singolo ha valore solo se si colloca
nella comunità e per la comunità; di qui
l’insistito elogio alla costituzione di corpi intermedi per il
bene del governo. In definitiva emerge il profilo di un Cantù
deciso esponente del guelfismo, convinto da un lato che la morale
cristiana debba costituire la base della società, ma
dall’altro che sia impossibile l’attuazione di un governo
temporale della Chiesa.
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